cultura meridionale, Opinioni

Il napoletano di Sorrentino

di Titti De Simeis

È stata la mano di Dio’, l’ultimo film di Sorrentino, oltre alle attesissime e variopinte critiche (e polemiche) da parte del pubblico e degli esperti di settore ha suscitato, anche, alcuni malcontenti sulla scelta della lingua: il dialetto napoletano. In un film di tale ritorno culturale ci si aspettava, cioè, l’uso dell’italiano. A difesa di ciò si motiva: il napoletano non si comprende bene e, di conseguenza, ci rimettono i dialoghi. Chi ha un minimo di dimestichezza con il Cinema ed il Teatro italiani e conosce anche solo una parte della nostra storia cinematografica e teatrale, sa quanto la scelta del dialetto non abbia mai sminuito il valore di un film o di una pièce. Anzi. I più grandi nomi tra i nostri registi hanno, infatti, usato il dialetto per le loro messe in scena. Ricordiamone alcuni: Eduardo De Filippo, Francesco Rosi, Lina Wertmuller, Dino Risi, Vittorio De Sica, Massimo Troisi e così via. E si sa, i loro capolavori hanno ricevuto i migliori riconoscimenti. Il tessuto narrativo del film di Sorrentino è davvero comprensibile, gli attori sono straordinari e riescono, in modo naturale, a dare al napoletano il giusto valore espressivo. Il dialetto partenopeo è tra i più conosciuti al mondo, ed è una lingua a sé, patrimonio di cultura nazionale, ormai da tanto. Firmare una produzione cinematografica di tale spessore senza mettere in conto l’importanza della lingua usata sarebbe da dilettanti. Ma qui si tratta di Sorrentino e non mi pare il caso. Davanti ad un film di così larga eco chiunque può dire la sua. E ci sta. Ma sapere di cosa si parla può fare la differenza. La ‘critica’ che accende i riflettori su chi la fa è assai diffusa. L’autocritica meno. Riconoscere le proprie competenze e una minima preparazione su certi argomenti sarebbe già un buon inizio. Evitare di mettersi, a tutti i costi, in luce sul palcoscenico della professionalità senza averne destrezza poi, spegnerebbe così tanto rumore inutile.

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