Recensioni

Il Volo Alto della libellula, Marianna Filomarino di Gabriella Russo

di Mimì Mastria

Il Volo Alto Della Libellula - Russo Gabriella | Libro Europa Edizioni  08/2021 - HOEPLI.itQuando leggiamo un romanzo storico ambientato nel nostro territorio salentino spesso veniamo inondati da una serie di avvenimenti, di date, di nomi più o meno noti, di riferimenti a dati amministrativi e tanti altri elementi che in qualche modo distruggono il racconto trasformandolo in un saggio dentro il quale si muovono personaggi senza anima.

   Il libro di Gabriella Russo, Il volo della libellula, Marianna Filomarino, supera la formula del saggio-pseudo romanzo e ci immerge in un contesto storico dove la protagonista, Marianna Filomarino, ci coinvolge in un breve ma intenso periodo della sua vita dopo il ritorno a Cutrofiano, terra d’origine della sua famiglia, nella quale cerca di ritrovare la felicità con il suo secondo marito, Pietro d’Aragona, sposato dopo appena un anno dalla morte del primo, Ascanio Filomarino dal quale aveva avuto nove figli e ucciso durante la rivoluzione partenopea del 1799 insieme al fratello Clemente. La storia (ricostruita su documenti storici sia pubblici che privati) fa da sfondo al racconto e solo a tratti viene filtrata dalla memoria di Marianna che in qualche modo la tiene lontana per reprimere il dolore della tragedia subita. Come l’autrice stessa ci informa, la principessa era la feudataria di un territorio abbastanza vasto che si spingeva oltre Lecce. Sin dal momento in cui Marianna rivede il paese con le casette di tufo, bianche di calce, ci guida all’incontro con una umanità semplice e alacre al tempo stesso, donne affaccendate e curiose, contadini che coltivavano gli olivi e artigiani che lavorano la creta per farne vasi, stoviglie, contenitori vari di cui da tempo immemore erano esperti  per la grande quantità di terreno argilloso a disposizione dando vita ad una vera e propria arte figula che continuerà a contraddistinguerli, ma anche cestai che lavoravano le canne che crescevano abbondanti nei terreni paludosi intorno all’abitato e lungo i canali che sfociavano nelle vore , immensi  inghiottitoi di quell’acqua che tornava nell’oscura profondità. Marianna è l’aristocratica che prende nelle sue mani il controllo della proprietà, è una donna con una grande forza d’animo che cerca di farsi coraggio per riprendersi la vita, tratta con autorevolezza i suoi sottoposti, con i servi che mostrano nei suoi confronti rispetto e deferenza, consapevoli anch’essi di essere dei privilegiati rispetto a chi vive nella miseria.

   Proprio questo mondo e questa terra diventano coprotagonisti del romanzo, una terra aspra, malsana e assolata, di cui percepiamo odori, colori, grida, sguardi, gesti in maniera vivida e vivace, ma anche invidia e rassegnazione.

   Marianna dovrà combattere per mantenere la felicità coniugale da poco riconquistata perché sarà Preziosa a contendergliela, una macara dai capelli rossi, una giovane donna che cerca il riscatto sociale ammaliando il conte Pietro con i suoi intrugli d’erbe e formule magiche allontanandolo da quella moglie che aveva avuto tutto dalla vita, nascita di rango, lusso, amore. Preziosa diventa quindi l’antagonista della principessa, lei che fin da bambina era stata erudita da un anziano prete sulle proprietà di ciascuna pianta: “C’era però una magia naturale, una sapienza antichissima, legata alla conoscenza delle leggi di natura, che conferiva a chi ne fosse padrone un potere arcano e primitivo. Di questo potere Preziosa era consapevole: se ne riteneva davvero depositaria e anche gli scettici e gli increduli non sorridevano più di fronte ai risultati della sua arte, spesso unico mezzo di lotta, nell’incertezza della vita, alle malattie, al dolore, alle debolezze umane”. Con queste parole l’autrice ci fa cogliere la forza di volontà di questa figura che dirigerà la sua arte nel raggiungimento del suo obbiettivo e nello stesso tempo la sua forza distruttiva che la travolgerà facendoci rivivere in un contesto socio-culturale dove la magia rappresenta non solo il rimedio per la salute ma anche per dominare l’incognito.

   In secondo piano, oggetto del desiderio e di contesa delle due donne, conosciamo il conte Pietro d’Aragona, quel marito che dovrebbe accompagnare nella rinascita Marianna, che si dimostrerà essere un uomo debole, cinico, incapace di affrontare le sue responsabilità, dedito alla progettazione di giardini, secondo la moda del tempo, e all’allevamento di cavalli di razza.

    Non mancano nel romanzo passaggi intrisi di quelle idee illuministiche che già a Napoli avevano promosso riforme e impegno da parte dei Borboni per alleviare le misere condizioni delle plebi, così Marianna, con l’aiuto di pochi uomini illuminati dà corso ad un progetto di bonifica in quella parte del suo feudo dove la gente lottava per la sopravvivenza sopraffatta dalla fame, dalla malaria e dalle tasse che permettevano proprio agli aristocratici di continuare a vivere nel lusso e nei privilegi. Sono le parole del contadino che inchiodano la principessa alle colpe dei suoi avi: – “Quanto a noi, se campa de fatica e se more de fatica” e contribuiscono alla decisione di offrire a quegli uomini la possibilità di vivere più dignitosamente.

   Ed è proprio da quelle acque stagnanti che Marianna vede “…a breve distanza dal pelo dell’acqua, in un volo dalle imprevedibili direzioni, virare, con rapidi scarti, libellule di un bel rosso amaranto … Era bellissima la danza di queste creature esili, eleganti, eppure figlie di quel mondo mefitico; lì esse cacciavano le prede con strategica precisione, lì si nutrivano, lì si accoppiavano e deponevano le uova ma, nello stesso tempo, si mantenevano distanti da quella realtà, quasi disdegnandola con i loro voli acrobatici… Anche lei era così? Anche lei veniva da un mondo privilegiato, che traeva il suo sostentamento da un fondo indistinto, brulicante di un’umanità che conosceva variazioni alla propria vita spesso solo nelle difficoltà e nei mali da sopportare”.

   Di fronte a quello spettacolo naturale e a quella miseria Marianna comprende la necessità di essere quella libellula e spiccare il volo dimostrando che pur con ali leggere riuscirà ad avere un ruolo nella vita che non sia solo di madre e moglie, ma saprà anche andare oltre la vendetta e mostrare la sua pietà verso l’innocente.

   Marianna Filomarino diventa così una donna vera che attraverso il suo sentire rende partecipe il lettore delle sue sofferenze come quelle di tanti uomini e donne privi non solo dell’amore ma anche dei beni di prima necessità che lo sfruttamento non permette loro di avere.

   L’autrice ci immerge nella storia e ci avvicina a quella umanità diseredata utilizzando un linguaggio arricchito da numerose parole ed espressioni del dialetto salentino di cui ci fornisce un glossario che ci fa avvertire la realtà nelle sue diverse facce e con diversi punti di vista, ma anche le credenze e le superstizioni che mantengono la subalternità di chi è privo di cultura.

   Significative le brevi citazioni di scrittori e poeti, filosofi e intellettuali in genere, poste in capo ad ogni capitolo, testimonianza di una riflessione sui comportamenti degli uomini di ogni tempo, che si lasciano travolgere dalle loro passioni, dai loro desideri e dai lori vizi.

   Un romanzo da leggere

Gabriella Russo, Il volo alto della libellula Marianna Filomarino, Europa Edizioni, € 13,90

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