Recensioni

Anna Rita Merico: Era un raggio…entrò da Est

di Anna Stomeo

La scrittura che Anna Rita Merico ci consegna in questo suo Era un raggio…entrò da Est (Postfazione di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, 2020) non è propriamente ‘soltanto’ una scrittura poetica, ma anche un dire poliedrico in cui si intrecciano ritagli di anima scomposti e affidati ad una attenta e minuziosa ‘ricostruzione del sé’ condotta con consapevolezza estrema e con metodo rigoroso.

La consapevolezza è quella di aver fatto un lungo e faticoso percorso interiore partendo da sofferenze prima avvertite come indistinte e poi rese sempre più nitide anche dall’ancoraggio salvifico al Mito Mediterraneo e alle Figure che lo popolano. Il metodo è quello della navigazione interiore condotta secondo le regole della Cosmo-Art, pensiero ‘altro’ cui l’Autrice aderisce per formazione e in cui sembra prioritariamente essere nata la sua esigenza di scrittura.

Un’esigenza che si rivela e si racconta come tensione ad un equilibrio ‘cosmico’ e ‘personale’ individuato nella percezione dell’Origine e della Bellezza e vagheggiato come luogo dell’appagamento interiore, vanamente cercato e finalmente afferrato nella ‘parola abitata’, nel dire e nel dirsi in una pluralità di significati, ma in un unico senso, quello della rinascita (rebirthing) intesa prioritariamente come respiro ininterrotto che ‘connette’ alle cose del mondo e all’universo. Un pensiero ‘alternativo’, quello cui sembra aderire Merico, che richiama campi non ancora consapevolmente accolti e rilevati dalla pratica filosofica occidentale, come la Sophia-Art o la Cosmo-Art teorizzate, sin dagli anni Sessanta del Novecento, dall’antropologo e psicoterapeuta siciliano Antonio Mercurio e che Anna Rita Merico riconosce come proprio Maestro.

Campi ‘altri’ del pensare, apparentemente ignorati dal pensiero ufficiale e tuttavia presenti e attivi in alcuni percorsi formativi di base e tra i disagi esistenziali, dove più urgente si manifesta  il bisogno di relazione e di crescita interiore e dove si svolge e si è svolta l’attività professionale formativa dell’Autrice, “counselor ad indirizzo cosmo-artistico secondo il pensiero e la ricerca di Antonio Mercurio”, come recita il suo curriculum vitae.  Sottolineare quest’aspetto intrinseco alla formazione di Anna Rita Merico  è fondamentale, a nostro avviso, per comprenderne pienamente la scrittura.

Il mondo semantico e semiotico della poeta Anna Rita Merico si alimenta di richiami ancestrali e di relazioni complesse: il Mediterraneo non è solo il luogo storico dell’Origine, ma anche e soprattutto lo spazio teorico in cui si gioca la partita con il Logos, incalzato dai saperi ‘altri’: «le Forme/ Mutanti, le Sapienze ultime, gli enigmi delle/Scritture, i combattimenti dell’Anima»(p.21). Sono queste le suggestioni teoriche che affascinano Anna Rita Merico e ne plasmano il pensiero/parola. Un pensiero che privilegia le forme ‘archetipali’, di jungiana memoria, luogo delle esperienze vissute dall’umanità nello sviluppo della coscienza collettiva e che Merico ripercorre con effetti suggestivi.

Di qui un approccio sicuramente personale e ‘aurorale’, che si libera da precisi riferimenti, o condizionamenti, filosofico-teoretici per aprirsi ad un pensiero ‘archetipale’ delle Origini che si nutre di concetti ritrovati, come quello di anima, di mito, di archetipo. Un percorso che ci sembra richiamare, più o meno implicitamente, l’evoluzione del pensiero psicologico del Novecento, da S. Freud a C.G. Jung, a J.Hillman  fino a K. Wilber e la sua teoria integrale della coscienza dove ‘tout se tient’, in una visione totale che affida all’immaginazione (nel senso greco di eikasìa) un ruolo conoscitivo fondamentale.

In ogni caso l’interesse per la psicologia umanistico-esistenziale e l’inclinazione per le sue pratiche di consapevolezza ed autoconsapevolezza, che Anna Rita Merico svolge nella quotidiana attività di Counseling,lungi dal condizionarne l’ispirazione, arricchiscono, invece, enormemente la sua autentica vocazione poetica. Lo conferma questo denso e colto volumetto, edito con Musicaos a Neviano di Lecce, che raccoglie testi prodotti tra il 2015 e il 2018 e in cui l’Autrice si volge alla tradizione simbolico letteraria del Mediterraneo (Antico Testamento, Odissea, Tragedia) con uno sguardo lungo, intenzionato a cogliere «l’Origine del farsi della nostra Umanità», come esplicitamente afferma nell’autopresentazione, legando e intrecciando, con la parola, vicende umane e processi corali di trasformazione e di elaborazione spirituale (p.9).

Quasi un percorso ‘mistico’ e identitario di autopurificazione e di autoriconoscimento, se non fosse che la Poesia prende il sopravvento, trascinando l’Autrice (ed il lettore)  in un turbine di ‘concreti pensieri’ fatti di immagini affascinanti ed inquietanti. La riflessione di Anna Rita Merico si fa allora estremamente tormentata, trasformandosi in ricerca interiore condotta attraverso la narrazione che «rivela a sé ogni sé» nel tragitto sofferto verso il dentro. Nasce così una meditazione che si ferma sulla soglia della Filosofia per volgere subito lo sguardo alla Poesia, approcciata attraverso le immagini dell’Antropologia e del Mito. Un universo paradigmatico che offre alla Poeta le parole e le relazioni semantiche, le atmosfere e i colori per superare lo scarto tra visibile e invisibile, per far coincidere i due pezzi di quella ‘moneta spezzata’ che apre l’ingresso al simbolico e alla sua impossibile evidenza. Un tentativo di far coincidere il reale e l’immaginario, l’emerso e il sommerso, il concreto e il simbolico ipotizzando nuove dinamiche discorsive

Un farsi e un disfarsi dei piani del pensiero che articola (dis-articola) l’approccio teoretico filosofico in mille sentieri cognitivi, in mille passaggi esperenziali che, affidati alle suggestioni del Mito, ci consegnano, di fatto, un denso e sofferto ‘percorso di crescita personale’ che l’Autrice anticipa (e rivela) nella quarta di copertina: Trafitta/espongo una coperta nudità/fotografando con occhi di mosca/il profondo. Ed è proprio questo disvelato profondo che attrae il lettore e lo trascina lentamente in una sorta di atarassico compiacimento, in una spirale di suggestioni foniche e di lemmi doppi, volutamente lontani da ogni dizionario denotativo, ma anche da facili contesti connotativi.

Le parole di Merico scorrono veloci, slittano sullo specchio del sé, dense di inattesi prestiti e apparenti neologismi: «Le parole vengono a me da ognidove, svincolate/dagli oggetti che le hanno forgiate. Ora sono parole/materializzate da un’esistenza propria, sono nel/dentro di una materia nuova. Materia/ metamorfosata, cavea di villi, ancestrale pelle di/tamburo, pietra di Khovirap» (p.39). Torna ancora la metafora del profondo: Khor virap (letteralmente pozzo profondo) noto monastero armeno. Parole-monasteri, dunque, che racchiudono i segreti della meditazione e della conoscenza, parole cercate e ri-cercate che evocano e non dicono, che sfiorano quell’ineffabile che è proprio solo della musica, parole che nascondono suggestioni ancestrali identificabili nella comune appartenenza dell’Autrice e dei suoi lettori, al bacino del Mediterraneo, identificato, nell’immaginario collettivo con la Grande Madre che accoglie e conforta.

Un mondo suggestivo e affascinante che sembra trasmettersi attraverso gli odori e i sapori, i rumori e le variazioni della luce sulle vie polverose e assolate dei mercanti e degli asceti. Un mondo in cui le figure-simbolo della narrazione mediterranea (dai personaggi del Mito, dell’Odissea e della Tragedia a quelli della Bibbia e del Vecchio Testamento) sono colte dall’Autrice nel loro ostinato spostarsi da Est a Ovest, trascinando bagagli di parole che lasciano tracce.

La narrazione poetica di Anna Rita Merico coincide con il cammino di queste figure-simbolo che ella insegue nei loro spostamenti e racconta nelle loro soste, in una sorta di configurazione aristotelica del rapporto tra lingua e pensiero, priva cioè di reciproche priorità. Tutto si svolge secondo la metafora del Viaggio e del Raggio, che lo rappresenta e che si muove, ad ogni alba, da Est verso Ovest passando, in proiezione gnomonica, per gli opercoli circolari che sovrastano gli altari delle Chiese Bizantine. Un’immagine suggestiva e culta che si materializza nella Chiesa Bizantina di San Pietro ad Otranto (con l’elaborazione grafica, sulla copertina del libro, del Foro Gnomonico posto sull’altare) e che Merico riconduce alla dimensione simbolica facendone l’icona di un’aspirazione al mutamento. Un mutamento interiore, dentro/fuori che si giustifica e si realizza attraverso la narrazione.

Il volume si compone di ventinove intensi testi, ciascuno connotato da un titolo che scandisce il luogo e il ritmo della narrazione. Rab Ezi non è che l’inizio, maestro ‘inventato’ e prodromico che apre all’Antropologia modificata di Abba e alla necessità della Visione, Ventre di conoscenza. Segue la seduzione della Narratrice, sottile e sfuggente, che affabula con leggerezza una «storia pesante» e che, «bella e pregna di pensiero», nasconde in grembo la Notte, aprendo alla cavità cosmica dell’Antro Una figura sdoppiata che cela in sé il segreto e la sofferenza di Penelope, la sua altera solitudine di regina che cede Diritto al maschio ritrovato: «Dal cielo scese nebbia. Lui finse ancora l’inganno poi/ si cinse di Nome, lei lasciò Diritto. […] Lui trovò nome. Lei visse ruolo./Tutto fu altro nella radice del due…poi…/Lui dimenticò il dentro di quell’antro serrato/ Lei staccò finzione e dentro serbò segreto./ Nulla parve accaduto./Eppure…lì, in quel girar di vento, tutto era/avvenuto.(pp.16-17)

È significativo che all’inizio del Viaggio la Narratrice si sdoppi in Penelope, aprendo ad una serie di figure femminili, trasversali alle frontiere del Mediterraneo, nelle quali Merico riconosce, a nostro avviso, il senso autentico della propria scrittura e del proprio viaggio antropologico. Donne ‘fedeli al proprio desiderio’ che, come Anna Rita Merico sa, da attenta custode della differenza femminile, non si piegano all’oscurità dell’Antro, ma riaprono antichi testi sapienziali per avere conferma della potenza della Madre. Non basta il sacrificio rituale del Frammento (p.18) per fermare la carovana ancestrale che procede seguendo la luce dell’Est e che comprende e supera, nel suo procedere, i dubbi e le incertezze di Filelfo, aristotelico tomista tanto fedele quanto disorientato dalla potenza del Logos che lo sovrasta, ma che, infine, riesce ad abbandonare con piedi leggeri e passo svelto non appena il Dono ricevuto gli consente la Visione.

Tutto è possibile e tutto ‘ricomincia’ nel viaggio della luce da Est verso Ovest. Tutto si rivela, includendo il passato nei ritmi e nei respiri del presente. È questa la tecnica narrativa che sottende l’esercizio poetico di Anna Rita Merico e il suo incontro con i personaggi che il suo immaginario evoca, traendoli fuori da un contesto non tanto storico, quanto invece volutamente simbolico, in cui il tempo si ferma e si lascia attraversare in una illusione di eternità.

Ed ecco sfilare le ombre che si materializzano nella luce dell’Est. «Xene, la solitaria, la cappadoce» è ancora una donna che tenta il sapere srotolando antiche pergamene, mentre Teodoro cerca di placare la fame dell’anima con «nuove farine» e «Simeone l’Asceta provava a governare il pensiero/dell’indicibilità e l’arcano/della separazione da esso che era la dicibilità» (p.31), mentre moriva di estasi, rannicchiato in una roccia. Poi le donne della Bibbia e dell’Antico Testamento raccontano antiche storie di fondazione e di rinascita anticipando passaggi epocali e movimenti totali, come la fine del matriarcato e l’avvento del Logos. Sono donne ‘di frontiera’, esperte di Attraversamenti e di Passaggi, come Debora. Sono donne sapienti, come Qoelet, che intreccia parole e costruisce discorsi. Ma queste donne quanto incidono e possono essere determinanti in quel passaggio all’Oltre che Merico progetta e insegue? La narrazione delle loro vicende, per quanto suggestiva, riesce a farci superare ‘all’inverso’  la soglia che separa il simbolico dal concreto?

La risposta dell’Autrice si trova nella parte finale del testo, quando l’incontro con il mito si fa vero e proprio scontro con le figure femminili della Tragedia greca e con la loro eccedenza semiotica. Medea e Clitemnestra sono già oltre la soglia del mito e non chiedono altro che di essere evocate in “fatti di cronaca” che riguardano l’oggi, così come Edipo, «snaturato e incolpevole figlio» (p.66) che introduce all’enigma finale della raccolta, prima delle Tregue che «indomite scendono/dalle/morbide/colline/della Vita». (p.71).

All’Autrice non resta che osservare reiteratamente, in una inquietante anafora, le cose come sono «dopo la colazione» (p.72) e intingere «l’inchiostro prugna dal calamaio» per «renderti conto di tutto quanto/avvenuto…» (p.75).

Il viaggio ‘cosmico-artistico’ di Anna Rita Merico verso la ri-nascita finisce qui, alle soglie del Senso che la Parola/Narrazione indica, ma non rivela.

Finisce per ricominciare, all’alba del giorno dopo, nella luce dell’Est, come l’ultimo/eterno viaggio di Ulisse.

  • Anna Rita Merico Era un raggio…entrò da EstPostfazione di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, Neviano, 2020

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