Cultura salentina, Recensioni

La poesia colloquiale e persistente di Marirò Savoia

di Anna Stomeo

Una raccolta di poesie densa di suggestioni inattese, di evocazioni e di metafore che, sin dall’immagine di copertina, introducono ad un percorso riflessivo giocato sulle stagioni della vita e della parola poetica come ‘fatto esistenziale’.

Un cammino che si snoda a ritroso, non tanto in senso autobiografico, quanto come narrazione di passaggi e di emozioni che la vita stessa ha voluto mettere da parte, quasi celare (più per rassegnazione che per pudore) e che ora ritornano come sentimenti forti e consapevoli, da svelare fino in fondo come verità (nell’accezione greca di aletheia, assenza di veli, disvelamento progressivo, ci sembra, ricostruzione e ridefinizione di contorni, e mai verità svelata immediatamente come assoluta). E di puro disvelamento si tratta nelle sei sezioni in cui la stessa Autrice suddivide la raccolta e che risultano indicative già nei titoli: Favole nuove/E così sia/ Inciampi/ L’anima pesante/ Amori/ Io sono una lumaca. Titoli che raccontano della percezione graduale, quotidiana, ma anche inattesa e sorprendente, di un percorso sotterraneo e intenso che vede la luce all’improvviso. Ed è proprio la folgorazione dell’improvviso che consente a Marirò Savoia di mettersi in relazione con il tempo, che, malgrado l’apparente progressività della narrazione, si rivela un tempo circolare: un tempo in cui ogni cosa ritorna come ri-cordo (ritorno al cuore, cor- cordis) e mai come rimpianto, come autentica nostalgia, in cui il ‘dolore del ritorno’ si stempera in una visione costruttiva del presente, in una apertura al futuro. Lo afferma esplicitamente la stessa Autrice nella Nota finale al lettore: «Come non essere grati alla vita se ci regala, proprio nell’autunno dell’esistenza, nuove opportunità e nuove forme per esprimerci, nuovi sogni da inseguire.[…] Scrivere poesie […] mi ha permesso di scoprire che su tutto prevale il bisogno di sorprendermi, di non annullarmi nel già accaduto, di sperare in nuove favole da vivere» (p.127). Di qui, appunto, la lucida consapevolezza di ritrovarsi in un tempo circolare, in cui le foglie che cadono non sono segni di rammarico della vita passata, ma parole della vita attiva: i piedi a terra e il cuore/in cielo a un filo annodato (Nostalgia abusiva, p.37). Vita che ritorna sempre tutta insieme e tutta intera, in ogni esperienza del quotidiano per farsi ‘poesia’, costruzione certosina di significati che danno forma all’indistinto. Attenta osservatrice di se stessa Marirò Savoia precisa, infatti, nell’esergo, il suo modo di intendere la poesia come «il luogo dove le emozioni e i sentimenti si illuminano e rendono consapevole il pensiero»,aggiungendo che: «Ciò mi permette di capire chi sono, chi sono gli altri e quali sono le infinite strade da percorrere». Un evidente riconoscimento non solo del valore relazionale della parola poetica, ma anche della capacità conoscitiva e autoconoscitiva, che essa comporta. Dir-si per ritrovar-si, dire di sé per ritrovare il senso del proprio esser-ci. Un meccanismo autoconoscitivo universale che si fa personale nella scelta e nella selezione delle parole, le quali sembrano emergere come lucciole dal buio, come suoni dal silenzio dell’anima, per illuminare il percorso ed il progetto di rinascita totale del corpo e della mente. La metafora del buio/silenzio da cui emergono le lucciole/parole è significativa per spiegare quell’improvviso cui sopra si accennava e che ci sembra essere determinante nell’immaginazione poetica di Marirò Savoia. La sua folgorazione poetica é in realtà una sorta di percorso carsico cominciato da molto tempo e da molto lontano e condotto in un silenzio carico di voci da cui nasce la parola poetica. Un silenzio che non è un vuoto muto e insignificante, non è zero assoluto o tabula rasa, ma ascolto attento dei suoni interiori, dei suoni che l’anima ha messo momentaneamente a tacere per dare priorità ai compromessi della vita, al chiasso delle convenzioni e dei ruoli predefiniti e spesso accettati con eccessiva e giovanile leggerezza (si vedano in proposito Come foglia che oscilla al vento e Scrivo poesie rispettivamente alle pp. 46 e 47). Il silenzio, nell’esperienza femminile di Marirò Savoia, si sdoppia e si moltiplica nei tanti silenzi che hanno accompagnato gli snodi della sua vita, nei quali il suo essere donna è stato sempre consapevole e libertario, come in tante donne della sua generazione (ma non solo) alle quali, oggi, Marirò poeta sembra voler dare voce con questa raccolta, sintetizzando, in efficaci e palpabili immagini, lo scarto psicologico e fisico, del distacco e dell’addio come liberazione: ti allontanasti piano/con il tuo aspro amore/e io ripresi a respirare (Fu in un meriggio di fuoco p.39). L’atto del ‘respirare’, come liberatorio dagli amori ‘aspri’ ed oppressivi, che si rivelano essere condizionamenti e prevaricazioni di genere, costituisce un momento simbolico di riappropriazione del sé, proprio di tante donne che lottano per liberarsi e rinascere interiormente. Di ciò Marirò Savoia ci sembra pienamente conscia nel momento in cui il suo discorso si fa più determinato e consapevole, come in questi splendidi e taglienti versi che, sintetizzano, a nostro avviso, uno dei temi dominanti di tutta la raccolta: Nascono nella testa/parole, come fari al buio/accendono coscienza/e danno luce a intricati sentieri/percorsi a lungo come in sogno./Conto le ferite e i nodi in gola/le ribellioni all’istante sedate/conto gli anelli alle catene/le rabbie soffocate/gli errori pagati senza sconto.(p.51) La scrittura poetica di Marirò Savoia si impone al coinvolgimento emotivo e allo sguardo del lettore anche per la costruzione attenta degli spazi grafico-riflessivi delle pagine come articolazioni temporali del pensiero, spazi che spiegano e completano la scelta del silenzio come punto di partenza.Ogni testo infatti si dispone nella pagina con un’attenta misura che dosa e articola le assonanze, le allitterazioni, gli enjebement. Una poesia tecnicamente perfetta e positivamente ‘costruita’ attorno alla narrazione e all’autonarrazione di una vita di affetti e sentimenti forti, quotidianamente rivissuti, soppesati, narrati, nella difesa del proprio esserci, malgrado le avversità della sorte e l’intrecciarsi, non sempre districabile, delle relazioni che l’ex-sistere pone e dispone. Una poesia volutamente e tecnicamente ‘antinovecentesca’ (cioè antiermetica secondo i canoni della critica), una poesia pienamente inserita, ci sembra, nella cosiddetta ‘linea sabiana’ che privilegia la linearità e la apparente ‘semplicità’ comunicativa, ma che rivela una notevole densità semiotica di rimandi all’inconscio e di simboli che incrociano la realtà quotidiana. In questa raccolta (che Carlo Mazzei, nella postfazione, definisce non a caso “raccoltaromanzo”, p.122) la vita di Marirò si dipana e si moltiplica in mille altre vite che sono quelle di tutte le donne che la leggono e che lei ha immaginato la leggessero nell’atto della scrittura.Poiché nella poesia è l’attimo del dire immediato Questo momento ‘referenziale’ ed immediato risulta particolarmente evidente non solo nella presenza di esergo e rinraziamenti, con cui l’Autrice fa i conti con l’affetto di quanti l’hanno incoraggiata a scrivere e pubblicare,ma emerge soprattutto da una sorta di complicità empatica che l’Autrice riesce a intercettare con la differenza femminile, come luogo di consapevolezza intuito e poi chiaramente percepito, come target comunicativo sotteso (si veda la dedica: «A ogni donna che non si arrende,/che ricuce come ragno ostinato/la propria tela lacerata»). È su questo terreno, infatti, che la consapevolezza dei silenzi femminili, più subiti che scelti, genera momenti di forte ribellione, in cui si disvela la certezza di essersi spese molto, forse troppo, per sete di amore, un amore sprecato e «drogato» in uno «specchio che rifletteva il tuo consenso e non vedeva la mia pena» (Nulla io chiesi se non amore p.49). Una consapevolezza che diventa rassegnazione e, nello stesso tempo, denuncia che vale per tutte le donne (Quando dissi di amarti/ non volevo rinunciare a me/né consegnarti la mia storia/perché tu la riscrivessi/alla luce della tua). Così gli Amori che Marirò ci racconta, nell’omonima penultima sezione della raccolta, non sono (come nelle Favole nuove della prima sezione)amori prorompenti che attraversano l’anima e la bruciano, amori ‘ingordi’ e devastanti «tra picchi di delirio e baratri di delusione»(La vita sarebbe più bella, p.30). Sono invece Amori che sembrano concentrarsi in unico, ‘grande’ amore meditato e adorato, consolato e curato come «fuoco acceso/un fuoco così forte/che brucia il viso», amore della vita che resta e della vita ritrovata, amore che condensa tutti gli amori che sono stati o che potevano essere, amore raccontato nei vuoti e nei pieni quotidiani, come nella sceneggiatura di un film ancora da girare ( si veda il notevole effetto-immagine di Bevo il caffè da sola,p.102). L’Autrice si racconta, ma nel raccontarsi riproduce l’attimo di vita che genera poesia come occasione di ri-nascita e di cambiamento. Lo nota Maurizio Mazzotta nella prefazione, dove, peraltro, analizza, con le tecniche dello psicologo e dello studioso della creatività, le infinite suggestioni del linguaggio di Marirò, intriso di immagini leggere e di pensieri profondi, di ossimori e di metafore azzardate (il mare stuprato dai bagnanti, o l’anima obesa) che conquistano l’attenzione del lettore, catturandone prima l’immaginazione creativa. Il fare poesia di Marirò Savoia è autentico e vero, come rivelano certi attacchi fulminei e inattesi (In certi giorni pesa la vita…) e certe incantate conclusioni che trascinano il lettore in una riflessione esistenziale tutt’altro che scontata (È questo il tempo di fare il bucato/di lavare i pensieri ammuffiti/perché perdano l’odore di chiuso/è tempo di stenderli al sole in giardino/ad asciugarsi del superfluo) p.52. È poesia di riflessione intima e di chiarimento esistenziale, pur nella consapevolezza del tempo e nel brivido dell’imprevisto. Lo conferma l’immagine incantata della lumaca (Io sono una lumaca/amo l’autunno/l’odore marcio delle foglie/la pioggia che penetra nel collo/il silenzio che suona nella testa/con le note pacate di un respiro p.105) nell’ultima sezione che conclude la raccolta e che racchiude tutto il senso del viaggio interiore di Marirò Savoia: «[…] cedere alla lusinga del cambiamento,/possibile, imminente./ Forse oggi, al massimo domani./ certamente a fine settimana/oppure a fine mese/senza paura, senza pentimento/invertirò la rotta. Probabilmente.»(p.109). Una poesia colloquiale che richiama il lettore al ruolo di interlocutore attento e coinvolto, pronto a ribaltare le emozioni e le riflessioni in un dialogo/monologo interiore persistente, che rimane oltre la lettura immediata.

  • Marirò Savoia, D’Autunno le Parole. Poesie, Lecce, Milella, 2020

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