Cultura salentina

Isabella Castriota Scanderbeg

Donna del Salento

(1704 – 1749)

di Lucio Causo

Nel 1720, il Barone Filippo Guarini (o Guarino), Signore di Tuglie, ormai non più giovanissimo, sposò una nobile sedicenne, Isabella Castriota, educanda nel Convento delle suore  di Santa Chiara di Gallipoli.

La giovane Isabella, perduta ogni speranza di avere un figlio, nel 1727 si separò dal marito e andò a vivere nel Conservatorio di Sant‘Anna, nella città di Lecce. Rimasto solo, Filippo, bisognoso di cure e di affetto, prima di morire, donò il Feudo di Tuglie al nipote Giuseppe Ferdinando Venturi, Duca di Minervino, i cui discendenti oltre al feudo, ebbero anche il titolo di Marchese di Tuglie.

Isabella Castriota Scanderbeg fu una donna la cui vita sfortunata ne contrassegnò i casi e ne qualificò il destino. Nacque a Lecce sotto l’infausta stella della sventura il 1° settembre 1704 da Alessandro, vedovo di Caterina Giustiniani, figlia di Fabiano, Marchese di Caprarica, che aveva sposato in prime nozze, e da Irene Pieve-Sauli di Gallipoli che appena otto giorni dopo il parto gemellare, cui era sopravvissuta la sola Isabella, morì di febbre puerperale, lasciando la neonata unica erede del patrimonio personale. Dopo la nascita di Isabella, Alessandro si rivolse a una chiromante per conoscere il suo futuro, la quale preconizzò che la figlia sarebbe stata monaca, rinchiusa in un chiostro nel quale lo zio materno, Giambattista Pieve-Sauli, desiderò fosse proprio quello che in Gallipoli accoglieva le “chiariste”, tra le quali vi erano tre sorelle sue. Fu così che nel gennaio del 1715, la povera Isabella, all’età di dieci anni,  entrò come educanda nel Monastero di Santa Chiara. In quel chiostro, dove Isabella incontrò il Vescovo visitatore Oronzo Filomarino, ella rimase sei anni. Ne uscì per dare la mano, fiorente fanciulla di sedici anni, al sessantenne barone Filippo Guarini, che viveva solo nel palazzo di Tuglie, vicino a Gallipoli. Filippo aveva un fratello di nome Leonardo che aveva preso il velo di teatino tra le benedettine di San Giovanni Evangelista di Lecce, e due sorelle: Emiliana e Petronilla.

Isabella seguì lo sposo, che non amava e che lo zio le aveva procurato, in quella residenza, ove visse come rondinella prigioniera per sette anni onorata e non amata, dall’anziano sposo, al quale aveva portato in dote, il patrimonio materno e gli immobili che le erano stati costituiti in dote dallo zio Giambattista e dal quale aveva ricevuto in generosa donazione l’usufrutto di stabili che valevano 4.000 ducati, la rendita annuale di 250.000 ducati, la somma liquida di 100 ducati, oltre a 150 ducati mensili per spese voluttuarie. A questo modo il vecchio gentiluomo s’illudeva di trattenere accanto a sé Isabella, offrendole una gabbia dorata.

Il palazzo baronale si trovava al centro di Tuglie, un casale di appena duecento abitanti per lo più braccianti agricoli, abbrutiti dal faticoso lavoro dei campi, costretti a riconoscere al barone parte del magro raccolto e a pagare tasse, gabelli e dazi vari. L’antico edificio era circondato dalle campagne che si stendevano a vista d’occhio verso il mare. Durante le giornate invernali tutto appariva triste e desolato tanto da incutere alla giovane Isabella un senso di profonda angoscia.

La giovane donna, assetata di libertà e di amore, che non poteva avere, dopo sette anni di clausura nel castello baronale di Tuglie, decise di separarsi dal marito, Filippo, e col suo consenso si trasferì a Lecce, rinchiudendosi tra le vergini, vedove o malmaritate, appartenenti a famiglie nobili, nel Conservatorio di Sant’Anna che Bernardino Verardi aveva fondato un secolo prima e che era diretto da Angela Guarini, cugina di Filippo. Affinché Isabella potesse vivere nel Conservatorio di Lecce, Filippo le assicurò l’appannaggio di duecentocinquanta ducati con l’ipoteca sulla Baronia di Tuglie e le cedette la somma di duecentocinquanta ducati per le spese correnti e l’amministrazione dei beni dotali.

Isabella rimase nel nel Conservatorio di Sant’Anna cinque anni e ne uscì il 31 agosto 1732 senza opposizione meritoria del marito e del padre, a istanza del quale cedette ai suoi congiunti (fratellastri) alcuni stabili e un capitale di 500 ducati, provocando l’avversione dello zio Giambattista, che si affrettò a mutare il testamento, nel quale l’aveva contemplata erede, a favore di un altro nipote, l’abate Ignazio Serafini.

La giovane Isabella, senza compromettere i suoi rapporti col marito che continuò a provvedere largamente ai suoi bisogni, lasciò definitivamente il Conservatorio di Sant’Anna, dove aveva trascorso cinque anni fertili di studi e scoperte intellettuali, e fece il suo ingresso nella società colta di Lecce suscitando molta curiosità. S’iscrisse all’Accademia degli Spioni di Lecce, fondata nel 1690, che si muoveva tra i rifacimenti arcadici e le suggestioni cartesiane, componendo versi e leggendo sonetti che andavano in voga tra i letterati e gli acculturati salentini. Frequentando gli Accademici Spioni, Isabella conobbe il poeta Pietro Belli, se ne innamorò e si sposarono dopo la morte di Filippo Guarini, avvenuta nel 1740. Dal Belli ebbe due figlie, ma la loro vita coniugale non fu ugualmente felice. Il marito era un giocatore d’azzardo e un dissipatore che rischiò anche il carcere per debiti di gioco.

Isabella Castriota Scanderberg, discendente di Giorgio Castriota Scanderberg, principe e Re dell’Albania, dopo un vita fiaccata da tante avversità, si spense il 4 marzo del 1749, all’età di quarantaquattro anni, lasciando le due figliolette, Raimondina e Irene Caterina, con i parenti, dopo che nel 1741 aveva sposato Pietro Belli, poeta e letterato, figlio di Cesare e Raimondina di Prospero Lubelli, Barone di San Cassiano.

Non si conosce se il suo corpo riposi nella chiesa di San Giovanni Battista, dove la famiglia Castriota Scanderbeg vantava diritti di sepoltura, oppure nella chiesa di San Giacomo, adiacente alla Torre del Parco, dove i Belli possedevano una tomba gentilizia.

27 agosto 2022

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