Cultura salentina

Quando a Maglie si abbattevano le chiese

di Dario Massimiliano Vincenti

Le serate sul terrazzo con aranceto e lucine colorate che facevano festa lì tra tavolini, gli invitati di sempre e il tovagliato e l’argenteria che ricordavano la “dote” di quell’antico palazzo di metà Ottocento. Questo ricordavo, tra giocattoli di legno e grandi vassoi con biscotti e dolciumi che attraversavano l’enorme stanza dei giochi in cui ci trovavamo io e le mie sorelle e altri bambini. Cadevano le stelle là fuori la stanza, un venticello quasi le raccoglieva in filandole e giri, e amavano la bella serata. “Sì, gradisco un sorso di limonata; è dei limoni della casina della Signora ai Paduli, vero?” si sentì una donna dai buoni modi ma dalla voce un po’ cantilenosa. “Sì  contessa” rispose sicura una anziana donna della servitù che sembrava essere proprio “di casa” tra quella nobiltà di commercio e fiere, e quelle mura. Meravigliosi quei bicchieri in vetro delle isole di Grecia in cui veniva servito un bel rosso dei vigneti degli Alimini capace di suscitare sorrisetti e risolini di complicità tra le donne di salottino perbene e buon bere tra gli uomini lì presi a conversare della strada ferrata di prossimo arrivo a Maglie, e di politica municipale. “Nella nostra piazza solo insegne e abiti civili devono esserci e mostrarsi, e questi rimarranno; non chiese, né cappelle, né croci e incenso o preti” ripeteva ad un gruppo di altri uomini un vecchio dalla folta e lunga barba bianca, dagli occhi nerissimi e severi come l’abito che indossava, e con un orologio da taschino in argento che osservava di continuo, quasi aspettasse un orario e qualcuno. Un vino liquoroso ambrato fu servito mentre il vecchio dalla lunga barba finiva di ripetere ancora “… né croci o incenso né preti”. “Vado, mi aspettano a Lecce. La carrozza è già qua sotto…” fu il saluto di un giovane agli uomini ormai lì in cerchio intorno a lui. Un cerchio come realizzato con la precisione di un compasso. Quella notte, gli zoccoli dei quattro destrieri nutriti dal buio sorrisetti e risolini di complicità tra le donne di salottino perbene e buon bere tra gli uomini lì presi a conversare della strada ferrata di prossimo arrivo a Maglie, e di politica municipale. “Nella nostra piazza solo insegne e abiti civili devono esserci e mostrarsi, e questi rimarranno; non chiese, né cappelle, né croci e incenso o preti” ripeteva ad un gruppo di altri uomini un vecchio dalla folta e lunga barba bianca, dagli occhi nerissimi e severi come l’abito che indossava, e con un orologio da taschino in argento che osservava di continuo, quasi aspettasse un orario e qualcuno. Un vino liquoroso ambrato fu servito mentre il vecchio dalla lunga barba finiva di ripetere ancora “… né croci o incenso né preti”. “Vado, mi aspettano a Lecce. La carrozza è già qua sotto…” fu il saluto di un giovane agli uomini ormai lì in cerchio intorno a lui. Un cerchio come realizzato con la precisione di un compasso. Quella notte, gli zoccoli dei quattro destrieri nutriti dal buio quasi volavano sul selciato che li portava – con loro, la carrozza – fuori dalla città. In casolari disabitati, piccoli fuochi segnalavano incontri e clandestinità di pensiero.

Alle finestre di alcune case lampade ad olio, spegnendosi e accendendosi ad intervalli più o meno regolari, sembravano notiziare nuovi fatti. E vendite.

La luce sembrava in quei tempi accendersi solo di notte

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