Ambiente, Racconti, Scrittori salentini

I cento scalini del pianeta azzurro

di Umberto Marsella

Chiesa Greca a Otranto
Pasquale Urso: Otranto, litografia

Ad Otranto ho consegnato i miei primi ricordi …d’acqua!

Lì  l’ostro e lo scirocco  ammansivano il mare saraceno ma  ci rendevano particolarmente irrequieti.

A dire il vero del mare ci importava poco, non ne facevamo ancora parte. Piuttosto ci inebriava l’idea di poter crescere insieme per quattro mesi : immersi in un fluido speciale dove ogni molecola rappresentava un gioco d’acqua o di sabbia. Una sabbia magica in grado  di trasformare le nostre semplici, stagionali amicizie,  in puro affetto.

Il bianco pervadeva le nostre giornate,  un bianco abbacinante che “ossigenava” i  capelli , la sabbia, striava il cielo e rendeva candido il mare. Non ho più visto quel colore, riesco solo ad immaginarlo.

Rivedo  sulla spiaggia del Miramare l’ombra delle tamerici prolungarsi fino a confondersi, sul bagnasciuga, con l’odore della brezza  e delle posidonie marcescenti.

Il mare non si sfidava: il nostro essere anfibi ci induceva a  posare i piedi sul fondo, semmai rischiando la spina della “parasaula”, con  gli occhi nel sole e nel vento  del  canale d’Otranto. La corrente onnipresente  muoveva i tantissimi cavallucci marini e faceva naufragare le telline, le conchiglie e i madreperlati opercoli che chiamavamo “occhi di Santalucia”. E poi l’odore, unico,  dei gelsi mori venduti nei giunchi violacei   dagli  instancabili “scugnizzi” otrantini. Impensabile!

Di sera  i velieri, sospesi nel buio, apparivano  con le loro luci di prua  e in un attimo scivolavano verso  sud. Restavamo ammaliati ad osservarli fino a quando la Torre del Serpe  non negava il loro  profilo.

La nostra adolescenza avrebbe avuto proprio la forma e la  direzione di quei velieri. Con un carico di indipendenza e una voglia matta di autonomia   ci orientava   più a  sud,  verso Santa Cesarea Terme.

Arrivammo, però, via terra, con mezzi di fortuna, di sera e  con la lussuosissima tenda (tre posti), gentilissimo regalo di papà per la facile promozione in 4° Liceo.

Il buio, l’imperizia e l’euforia ci fecero allestire  la piccola “suite” nella pineta di fronte al Belvedere, in un punto vicino alla fontanina. L’emozione, però, ci aveva nascosto  la strada con  tornante.

In piena notte smontammo la tenda perché il mio compagno di vacanza aveva avuto un incubo: una macchina (in tutto ne passavano una decina al giorno)  sbandava e ci arrivava addosso.

Giorgio era un fifone, irascibile e  facile alla suggestione. Un aspetto caratteriale che ti invitava alla burla. Gli scherzi, però, li accettava solo da me e pochissimi altri. Era più grande di due anni ma avevamo frequentato insieme  il terzo anno  per via del suo claudicante cursus honorum scolastico. In poco tempo era nata un’amicizia fortissima tanto da farci diventare inseparabili e  somiglianti  fisicamente e politicamente. Insieme, in quegli anni, avremmo  creato e condiviso un’appassionata rete di relazioni!

Subito  non riuscii  a rendermi conto dell’unicità del luogo.

Il “pianeta azzurro” che di notte si percepiva in controluce, di giorno appariva in tutta la sua   maestosità e abbondanza di colori e  di energia. D’altronde a Santa Cesarea era tutto austero e  dominante: la cupola moresca della villa  sul lungomare, le volte delle grotte intrise di zolfo, il forte dislivello tra le rocce della Scogliera e la Pineta con i suoi pini secolari. Predominante il  mare, quello del primo tuffo con il cuore in gola e gli occhi chiusi e la gioia di riemergere riaccordando i ritmi vitali! E se prima non ne facevo parte ora  percepivo uno stato embrionale di inclusione, di accoglienza. Ancora non mi rendevo conto di nuotare nei “…mari del tonno1” ma il  cuore  assecondava  con piacere  il ritmo dell’onda  traendone una forte sensazione di libertà.

Nel piccolo campeggio le giornate cesarine  passavano in fretta impegnati, com’eravamo, nella ricerca  di strategie  per il pranzo e originali modalità di accesso (alla portoghese) nel cortile del ristorantino  nobilitato a discoteca “La pineta” dove, fino a mezzanotte (non più tardi), al ritmo di qualche improvvisato complessino si ballava o  si faceva  finta di ballare con qualche ragazza conosciuta la  mattina al bagno Fontanelle o agli Archi. Solo ora mi rendo conto di come fosse tutto un esercizio di semplicità riassumibile nel binomio semplicità-libertà.  Infatti quella piacevole quotidianità vissuta in modo schietto, non aveva bisogno di orpelli né di mezzi finanziari. Era a portata di mano all’interno di  quel micro-macrocosmo  che avevamo la fortuna di abitare e questo ci  affrancava, ci rendeva non-dipendenti da niente e da nessuno.

Avevo cominciato, così, a misurare il tempo in estati.

Certo l’età e l’esperienza affinavano il gusto, ti rendevano più esigente e ti  spingevano a cercare cose sempre più belle,  scorci sempre  più affascinanti  pur rimanendo sempre fedeli alla “marina dei pensionati”  semmai con qualche breve divagazione.

Così erano bastati “Cento Scalini” per scoprire  l’esatta distanza tra una dimensione terrena e una condizione paradisiaca. Giusto la scaletta d’accesso ad  una baietta  dove le falesie  stemperavano il vento di tramontana e i gabbiani ti osservavano incuriositi. Una  piscina naturale  che  poteva  offrirti una nuotata magica:  se ti ponevi a pancia in su potevi remare nel cielo verso le Striare  e spaziare con lo sguardo in alto fino a veder quel “piatto lago di terra, di roccia2”, denso di timo e finocchio selvatico. Orientandoti a  ponente, appariva, fittissima,  la macchia mediterranea della Serricella.  Se  nuotavi a pancia in giù, invece, ti sembrava di sguazzare nell’abbondanza delle creature del mare  e, con un po’ di fortuna, scorgere il polpo che ipnotizza la perchia. E poi  un  mare camaleontico,  cangiante, non più bianco come quello otrantino, ma verde smeraldo, azzurro cobalto, con tutte le tonalità del blu. E il rito della pesca di notte e il bagno all’alba.

Ora molto è stato genialmente modificato: gli spazi antichi di S.Cesarea occupati da strani ambienti “ipogei”, le falesie di Porto Miggiano  “dotate” di anonimi “servizi” riminesi per  turisti e tanta pineta secolare in …fumo.

Per fortuna non ho un figlio. A lui avrei dovuto dar conto del mio impegno nel custodire quelle forme naturali semmai invecchiate dal tempo. Avrei dovuto spiegargli che quei luoghi erano  dimore della felicità e della mia incapacità a tutelarle.

Del piacere che ti può dare  una doccia sotto “quella” fontanina!

Sicuramente  non avrebbe saputo mai dell’impronta del piede bagnato che impressiona la roccia bruciata dal sole d’agosto e delle volte  delle grotte arabescate dai voli delle rondini di mare, alla fine di una lunga nuotata.

°°°

1 Vittore FIORE Ero nato sui mari del tonno  Palomar, 2009

2 Ennio BONEA  Sulle piazze

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...