Cultura salentina

Tra cento anni

di Bruno Marchi 

Uno, due e tre. Non di più, non di meno. Che la sequenza sia sempre la stessa per non cambiare il mondo e rimanere lo stesso, com’era quando stavo a casa.

Uno, due e tre squezee url alfresh om.

Gl’incubi andranno via, gli sbucanti smetteranno di attraversare le pareti e le voci si spegneranno come stoppini di candele di cera strutta.

Loro mi dicono che non ho sesso lo so che non è vero mi dicono che non funziono lo so che non è vero mi chiedono di prendere quel coltello dalla cucina e di fare a pezzi la porta della stanza dove dormivo con mamma non c’è nessuna cucina nessun coltello e la mamma è andata via lasciandomi qui a deperire e marcire.

Sento lo strano odore che sale dai genitali quando sta per arrivare la crisi che non controllo forse anche gli infermieri lo annusano ecco perché arrivano di corsa con la droga che rinchiude i pensieri ma che io vorrei liberi di andare ciclicamente nella loro ossessività non faccio del male a nessuno quando mi sento fuori ci penso io a rientrare in me uno, due e tre squezee url alfresh om.

Recitare tre volte e in assenza dell’altro che possa ripetere, recitare sei volte. Non è difficile.

Uno, due e tre. Squezee url alfresh om.

Lasciatemi in pace almeno stanotte lasciate che io raggiunga la spiaggia che guarda a oriente fate che immerga la testa nell’acqua dell’alba di settembre e tutto si rimetterà a posto.

In passato, mi raccontava mia nonna, era così. Gliene aveva parlato sua nonna: ogni primo settembre, all’alba, mentre il sole sorge a oriente è sufficiente immergere il capo in acqua e per un intero anno si era assicurati contro mal di testa e pensieri cattivi. Il posto era in Italia, al sud. L’antenata parlava di un posto: tower canes.

Mai avuto il tempo e la voglia di fare ricerche perché stanotte mi torna in mente che c’entra torre canne con questo manicomio federale magari non esiste più.

Uno, due e tre squezee url alfresh om. Meglio recitare la litania.

Domani alle quattro, come tutti i giorni esclusa la domenica, la mia psicoanalista verrà a trovarmi in cella. Lei dice che la mia analisi è a un punto morto. Ma forse non è lei a dirlo, sono le voci. Lei pensa che dovremmo vederci anche la domenica per evitare la crosta. Sinceramente a volte non la capisco. Cos’è la crosta? Però non ho voglia di chiederglielo. Non ho voglia di niente.

Uno, due e tre squezee url alfresh om.

Ieri le ho raccontato un sogno.

Girovagavo nei dintorni di una stazione. Un posto poco raccomandabile anche perché era l’inizio della sera, tra le ombre del giorno inghiottite dal buio e quelle della notte generate dalla luce gialla dei lampioni che danno corpo all’oscurità, altrimenti sarebbe un inquietante spazio-tempo da riempire. Sarà per questo che molti dormono di notte?

Insomma, ero lì. Di colpo dal muro sbuca un tipo che già da lontano mi sembra piuttosto insolito ma familiare.

Procedeva con passo animale verso di me e quando mi raggiunse notai che, nonostante il freddo, indossava una camicia aperta sul petto. Sfiorò la mia mano. Era caldo ma viscido come una seppia. Lo sguardo volgare raggiunse le mie ossa gelandole. Avevo osato scrutarlo e questo non me lo perdonava. Un’angoscia di morte mi prese il petto e, forse per sfidarla, stavo per chiedergli se avesse da accendere la mia sigaretta quasi inservibile tanto ci avevo sbavato sopra. Vuoi che una bestia simile non abbia fuoco?

Meglio che non fumo, recitai a me stesso. Presi a seguirlo, in quei dintorni inquietanti, densi e nascosti, oleosi di umori incarogniti e nauseabondi.

Ero affascinato da quel vago odore di zolfo che emanava anche se non ho la minima idea di quale odore abbia o, forse, non me lo ricordo. Con un soprassalto nel letto, ma senza svegliarmi, chiusi subito quella finestra di pensiero secondario. La verità poteva investirmi mentre io volevo rimanere in quella sospesa dimensione onirica. E poi, mi dicevo mentre dormivo, saranno i medici a prendersene cura. Tocca a loro interpretare, io devo e voglio vivere. Questo mi sembra buono, vero dottoressa?

Silenzio.

La creatura si fermò sotto un’edicola votiva. Trovai le parole, e il coraggio, per chiederglielo scusi, lei è …? Non riuscii a completare la frase che scomparve in uno sbuffo verde. Era davvero Belzebù, dottoressa.

Restai lì, come sempre non mi ero sorpreso alla vista di uno sbucante perché questo mi succede anche nella veglia. Il suo collega psichiatra parla di allucinazione. Lei cosa ne pensa?

Silenzio.

Vuole che le interpreti il sogno ma no lasci perdere dottoressa tanto ci arrivo da me il fatto è però che vorrei avere accesso alla biblioteca per fare cosa una ricerca dottoressa vorrei sapere se in Italia è davvero esistito un posto chiamato torre canne.

Silenzio.

 

Foto di Bruno Marchi: Bergasse 19, Wien – Freud Museum

 

 

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