Cultura salentina

Sigismondo Castromediano, il duca bianco

di Lucio Causo

Sigismondo Castromediano

Sigismondo Castromediano, duca di Morciano e marchese di Cavallino, patriota, archeologo e letterato, discende dalla famiglia di Kiliano di Lymburgh, sceso in Italia nel XII secolo con i normanni. Questa famiglia ha dato capitani, giudici e notai, baroni e marchesi alle terre di Petrapertosa, di Castelbello, di Cerreto, di Morciano, di Ussano, di Vermigliano, di Tafagnano, di Sanarica e di Zollino. Sigismondo Castromediano, il duca bianco, come lo chiamava la baronessa Adele Savio di Bernstiel, è nato a Cavallino (Lecce) il 20 gennaio 1811 da Domenico, duca di Morciano, e dalla marchesa donna Maria Balsamo.

Studiò a Lecce presso il Collegio dei Gesuiti, ma la sua formazione culturale di stampo romantico-patriottico derivò principalmente dal magistero della madre. Sin da giovane aveva deciso di avversare uomini e teorie che soffocavano il principio della libertà con ogni vessazione. Nel 1848 ricoprì l’incarico di segretario del Circolo Patriottico Salentino e aderì alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini. Insieme con Nicola Schiavoni, il sacerdote Nicola Valzani, Leone Tuzzo e Salvatore Stampacchia, organizzò la protesta degli intellettuali contro l’assolutismo borbonico. Fu tra i redattori del battagliero periodico politico-letterario “Troppo Tardi”, pubblicato a Lecce con cadenza bisettimanale dal 13 aprile al 18 maggio, che riassumeva nel titolo i propositi antidinastici, chiuso dalla immediata repressione della polizia borbonica. Nell’estate del 1848, quale segretario del suddetto Circolo Patriottico, tentò di opporsi legalmente alla smodata violazione della Costituzione. Si contrappose alla reazione più feroce, prese posto accanto ai vinti, associandosi ad un gruppo sul quale sapeva che sarebbe caduta la folgore. Accusato di cospirazione contro la monarchia borbonica per aver partecipato ad una sommossa a Lecce il 29 giugno, il 29 ottobre del 1848 fu arrestato e condotto in carcere con altri trentacinque imputati politici. Il 2 dicembre del 1850 fu condannato a trent’anni da scontare nelle galere di Procida, Montefusco, Montesarchio, Nisida e Ischia. Quando venne arrestato, il generale Marcantonio Colonna e l’intendente Decaro gli proposero la fuga, ma egli rimase al suo posto, assumendosi tutte le responsabilità per le quali fu condannato a trent’anni di carcere. Dalle sue memorie “Carceri e galere politiche” si rilevano i supplizi riservati ai prigionieri politici dei bagni penali di Procida, di Montefusco e Montesarchio. A Montefusco, dove scontavano le pene anche Michele Pironti, Nicola Nisco e Carlo Poerio, un messo del Re gli propose di chiedere la grazia ma il fiero duca rispose: “Dite al Re che metta in libertà tutti i miei compagni ed io consentirò di uscire l’ultimo di loro”. Egli venne trasferito insieme ad altri trenta prigionieri a Montesarchio, dove gli furono compagni Spaventa, Schiavoni e Settembrini. Qui lo raggiunse la notizia del decreto di amnistia, firmato dal Re a Foggia il 10 gennaio del 1859, per lui e per gli altri a condizione che venissero allontanati dall’Europa. Con tale decreto, firmato da Ferdinando II di Borbone, in occasione del viaggio a Lecce della famiglia Reale per solennizzare il matrimonio del figlio Francesco, veniva commutata per i rei politici la pena dell’ergastolo con la deportazione in America. Dopo dieci anni di atroci supplizi, Ferdinando II, finalmente,  gli concesse  l’esilio negli Stati Uniti. In realtà era prevista la deportazione a Madeira (Brasile), ma Raffaele Settembrini, figlio di Luigi Settembrini, riuscì a corrompere il comandante del bastimento e fece dirottare la nave verso l’Inghilterra, liberando così Castromediano e altri 67 condannati (tra cui Luigi Settembrini, Carlo Poerio, Michele Pironti, Silvio Spaventa, Emilio Maffei, Nicola Schiavoni e Salvatore Faucitano). I patrioti furono accolti a Londra e, pochi mesi dopo, Castromediano si trasferì a Torino, dove divenne sostenitore dell’annessione nel regno di Vittorio Emanuele II. Il duca, cambiato solo nel suo aspetto esteriore, approfittando della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria, si unì a Giuseppe Garibaldi per combattere gli invasori. Quando l’Eroe dei due mondi gli chiese i nomi dei giudici che lo avevano condannato egli rispose che li aveva dimenticati, rivelando così il suo eletto spirito cristiano che lo avrebbe portato, una volta divenuto deputato al parlamento, a votare per l’abolizione della pena di morte, rammentando l’opera di Cesare Beccaria, a cui avevano aderito il Bettinelli e il Genovesi. Nel 1861, dopo l’Unità d’Italia, si candidò nel Collegio di Campi Salentina e il 27 gennaio 1861 fu eletto alla Camera dei deputati tra le file della Destra, avendo accesso al primo Parlamento nazionale. Durante la presenza a Torino frequentò Adele Savio di Bernstiel con la quale, al suo rientro nel Salento, intrattenne una lunga relazione epistolare. Come deputato si preoccupò soprattutto di individuare i problemi più urgenti per il futuro delle province meridionali come i trasporti e l’agricoltura. Nel 1879, terminata la legislatura, il duca bianco, così chiamato per i capelli bianchi ma anche per il fascino aristocratico ed il rispetto che incuteva la sua figura, tornò nella sua città natale, Cavallino, nel Salento, e si dedicò alle ricerche archeologiche e ad altri studi. Eletto consigliere provinciale, si occupò principalmente dell’arricchimento della Biblioteca Provinciale e istituì il Museo archeologico di Lecce (1868) intestato a suo nome. Egli raccolse ben cinquemila volumi provenienti da vari istituti religiosi per costituire una grande biblioteca. Il Museo di Lecce conserva i suoi reperti rinvenuti nell’aera di Cavallino. Raccolse in un libro, “Carceri e galere politiche: Memorie”, Lecce, 1895, le memorie della prigionia e curò una monografia storica su Cavallino. Cagionevole di salute, negli ultimi anni della sua vita, continuò a svolgere l’attività di giudice conciliatore nella sua città fino alla morte, che avvenne il 26 agosto 1895. Si spense nel silenzio un apostolo del suo tempo che dal fondo delle galere, preferite alle ricchezze e all’agiatezza, nell’austerità dei suoi principi di giustizia, segnò attraverso il suo calvario, condiviso con altri martiri, l’inizio di nuovi destini.  Paul Bourget, nell’XI capitolo delle sue “Sensations d’Italie” (Parigi, 1891), così descrive l’incontro col duca … da lontano le torri appaiono nel loro chiarore, poi sorge un villaggio, al centro del quale è situato il castello con una facciata semplice e merlata … ecco l’indimenticabile apparizione di un vegliardo di 80 anni, vestito di nero, dalla mole gigantesca, malgrado l’infermità. Egli muove le gambe malate ed i tratti del viso rivelano la fierezza della sua stirpe … apprendo ciò che mi è stato confermato a Lecce, che il duca ha subito il dolore di una indicibile proscrizione, essendosi schierato contro i borboni … in un angolo della cappella ho visto le catene che egli ha portato. I compagni di prigionia gli erano tanto devoti che più di una notte lo adagiavano sui loro corpi perché l’umidità non gli nuocesse. Il Bourget leggeva le memorie del Castromediano durante il viaggio di ritorno da Cavallino a Lecce, angosciato nell’apprendere che interessati traditori sussurravano presunti suoi arricchimenti, in verità mai verificatisi. Il duca bianco scriveva al suo compagno di sventura, Nicola Donadio: “L’Italia non è più la terra dell’eroismo e del sacrificio, ma il sudicio pantano degli ingordi e dei dissennati ed io piango, e tu puoi immaginare come ne piango”. Paul Bourget commentava: “Après tant de soufferences, de massacres et de guerres ils ont trouvé que la besogne n’était pas-meme commencée…“ L’opera di rinnovamento, dopo sofferenze, massacri, e guerre era appena iniziata, è facile aggiungere che per la libertà e per le conquiste sociali è sempre necessario il sacrificio di nuovi apostoli che spesso non trovano adeguata gratitudine.

13 novembre 2022 – Lucio Causo

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