Saggio, Scrittori salentini, Scrivere il Salento

I caduti di Tuglie nella Prima guerra mondiale

di Lucio Causo

Il libro per il Centenario della Grande Guerra (1915 – 1918)

L’ex Presidente Carlo Azeglio Ciampi, nell’istituire la giornata intitolata “Voler bene all’Italia” (8 maggio), esortava i cittadini di ogni piccolo comune italiano a valorizzare la propria realtà, la propria storia e il proprio territorio. Una sollecitazione che mi spinse, a dedicare gran parte del mio tempo libero a scandagliare documenti d’archivio facendo emergere dall’oblio fatti, uomini, opere d’arte che appartengono alla storia locale e che ci hanno portato ad essere quello che oggi siamo, qualificando le peculiarità di ogni paese. Un lungo elenco di pubblicazioni, saggi, articoli e racconti vari, testimonia il mio interesse per Tuglie, la sua storia e la sua gente. Continue reading “I caduti di Tuglie nella Prima guerra mondiale”

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cultura meridionale, gastronomia, Recensioni, Saggio

Letteratura gastronomica del Meridione d’Italia di Gennaro Avano

Gualtiero Marchesi ha detto: “La cucina è tempo e memoria, tanta gente non si ricorda un solo piatto di locali stellati dove ha cenato: per me non ha senso”.

Allo stesso modo, non ha senso che nessuno si chieda quando è nata una determinata ricetta, come è cambiata e come è entrata nella storia della gastronomia locale, nazionale o internazionale.

L’enogastronomia è cultura materiale: analizzandone la storia, è possibile capire quali sono le risorse di un territorio, quanto le dominazioni straniere e le scoperte di nuovi mondi possono aver influito su di essa, quanti e quali commerci si sono sviluppati nel corso dei secoli per arricchire il paniere dei prodotti alimentari e la fantasia in cucina. Continue reading “Letteratura gastronomica del Meridione d’Italia di Gennaro Avano”

Archeologia, Architettura, Arte, Cultura salentina, Saggio, Storia

Lo stemma della città di Maglie: dalla leggenda alla verità storica

di Vincenzo D’Aurelio

Sino a qualche decennio addietro si riteneva che la città di Maglie fosse sorta attorno al VIII-IX secolo d.C., per alcuni studiosi X-XI, dall’unione di tre comunità indipendenti ma molto vicine tra loro e, sempre secondo la stessa tradizione, che i tre anelli dello stemma, proprio perché congiunti tra essi a significare “unione”, erano la testimonianza documentale più evidente per tale storia. Di questo racconto, ancora molto diffuso e altrettanto creduto, non è noto chi sia stato l’autore ma per certo, dai documenti sinora conosciuti, il primo a parlarne fu il padre Luigi Tasselli di Casarano (1630-1694) (1) nella sua famosa, e altrettanto conosciuta, opera intitolata Antichità di Leuca (2) e pubblicata per la prima volta nel 1693; un anno prima della sua morte. In essa, appunto, si legge:

Maglie. Terra poco distante da Muro, vanta la sua origine, per quello che attestano cittadini eruditissimi di questa Terra, non poco antica; e dicono, che le sue prime mura furono quelle, che di presente cingono il Castello. Formata questa Terra dagli habitanti di tre luoghetti, ivi tra sé stessi divisi, ma contigui, ove habitavan gli avanzi dipendenti dà Soldati naufraghi in Leuca dal Ré Minos, e da’ seguaci del tante volte replicato Giapige; ma uniti questi in uno, si ammogliarono, e concatenarono in guisa, e per abitazione, e per amore, che Maglie vollero fusse questa nuova Terra chiamata, e che à tal fine per sua impresa facesse trè Catene perché tre lochetti concatenati in uno si videro […]. (3)

In seguito, precisamente nel 1819 e, quindi, più di un secolo dopo, il dottissimo sacerdote magliese Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827) (4) aggiunse a questa storia alcuni nuovi dettagli e confermò, anche se per grandi linee poiché anche lui rimandò alla storia generale e mitologica inerente alla nascita del Salento antico, l’origine greca del casale. Le notizie dell’erudito magliese sono contenute in un manoscritto (5), pubblicato poi a Lecce nel 1876, intitolato Memorie Storiche dell’Origine ed Antichità di Maglie (6) dalle dimensioni di mm 190 x 255, vergato su carta filigranata in direzione non sempre orizzontale con scrittura destrorsa minutissima e composto da sette fogli slegati di cui sei scritti: il primo solo sul recto, i successivi cinque in recto e verso. Diviso in diversi paragrafi attinenti a temi di storia, toponomastica ed etimologia, è una sorta di relazione che il magliese indirizzò, nel 1819, al sottintendente di Gallipoli don Pietro Viva di Galatina (1768-1833) (7) che, evidentemente, l’aveva richiesta. I fogli 2r-v e 3r sono quelli che integrano le notizie del Tasselli riguardo alla fondazione del casale di Maglie. C’è subito da rilevare che, a differenza del casaranese, Macrì assunse un atteggiamento più prudenziale dal punto di vista dell’affidabilità storica delle sue notizie perché, come il Tasselli, anche lui fa sapere di averle ricevute dalla voce del popolo magliese dotto (8). Difatti, alla fine del foglio 2v e le prime righe del 2r scrisse:

Dimostrato l’antico Grecismo di Maglie, e la sua origine da Colonia Ellenista, cioè Greca, ora passo ad esaminare la sua Antichità, a l’Epoca della sua fondazione. A dir vero su questo punto di storia siamo all’oscuro: mancano i Monumenti e arti, e a di tacciono, l’antiche Carte che non abbiamo, né vi sono Iscrizioni lapidarie o Greche o latine che ne sorgano alcun lume. Potrebbero darcele per avventura i Libri Parrocchiali. Ma introdottosi il Rito latino i Libri Greci scioccamente si diedero ai Mastri de’ Fuoghi. Vi è chi pensa di esser venuti i primi nostri Padri dal distretto Petrore, il qual Feudo, o territorio oggi esserne interamente alla Casa Ducale di Cutrofiano, a che i suoi abitanti parte andarono a fondar Cutrofiano, e parte la nostra Maglie: ΠΕΤΡΌΡΊΌΝ Petrorium Petrore. Ma di ciò non ne abbiamo bastevoli documenti. Quando questi dunque ci mancano, atteniamoci alla conservata Tradizione de’ Maggiori, la qual tradizione orale in materia di Storia si reputa un grande argomento.

Macrì, quindi, tenendo lui stesso in alta considerazione la tradizione popolare, pensò che la prima comunità magliese, composta da popolazioni elleniche, provenisse dal feudo di Petrore (9) e che le stesse, di seguito, fondarono tre luoghi o torri molto vicine tra loro dette: Torre di Sant’Eligio, Torre di San Basilio, Torre di San Vito. Continuò a scrivere, difatti, al foglio 2r:

Torre di S. Eligio. A mio credere era l’ottavo o nono secolo venuta qual Gente Greca, si diedero a fondare tre Torri. Una si disse la Torre di S. Eligio Vescovo in Francia nel settimo secolo, e prima del vescovado fu aurifaber, orefice, argentiere e forse anche Ferraro Maniscalco; onde si dipinge col Cavallo a fianco. Il perché nel largo di questa Torre erano, come ancor sono, i Mastri Ferrari, i quali tenevano festa nel primo di Decembre giorno del Santo, e facevano cantare nel Monastero dai Padri Francescani una Messa cantata ad onore del Santo come a lor Protettore. Questa Torre era nella punta Australe dell’odierno Palazzo Baronale, e dipoi un Castello, ed una piccola chiesa col titolo la Madonna del Castello, e quel luogo anche oggi dicesi la Torre, ed il Palazzo Castello: la quale Torre esisteva tuttavia a memoria de’ nostri Avi. Venuto poi il Duca della Torre, la smantellò per fabbricarvi il nuovo Palazzo.
Torre di S. Basilio. La seconda Torre verso Borea si nominò la Torre di S. Basilio. Nel quadro Maggiore della Congregazione vi è la figura di San Basilio, e vicino alla Colonna vi posava dell’acqua piovendo, e si diceva a tempi nostri dal volgo il lago di S. Vasilii, ed oggi la strada di San Basilio.
Torre di S. Vito. La terza Torre da Borea giù altra fu chiamata Torre di S. Vito, e vi era la sua chiesa, come si scorge dalla Colonna, eretta dietro l’Umbro, la quale da pochi anni è stata atterrata per nuove fabbriche. Il luogo anche oggidì si dice San Vito. Negli scavi fatti anni addietro per cantina si trovarono giù sepolture separate con ossame di morti e col Rosario, ed una lucerna. Nella Chiesa Matrice vi è l’Altare di S. Vito, e vedesi dipinto ancora S. Eligio.

Dalla fondazione di questi tre luoghi, che solo il Tasselli dice essere “contigui” ossia uno attaccato all’altro mentre il Macrì ne identifica esclusivamente il punto in cui essi ricadevano, ebbe inizio l’urbanizzazione del casale di Maglie con la costruzione di nuove case che man mano finirono con l’unirsi a quelle delle altre torri sino a formare un’unica popolazione indigena. A tal proposito, verso la fine del foglio 3v, si legge:

Ora poste in piedi, ed inalberate queste tre Torri, si diedero imanentemente  quei primi uomini a fabbricarvi qua e là per loro domicilio alcune rozze e picciole case […]. Cresciuta poi la popolazione, crebbero con essa le abitazioni e le Case in guisa che delle tre Torri abitate fecene in brieve un solo popolo, e la unione di queste tre Torri dié luogo, che lo stemma, o l’Impresa fossero tre maglie, o siano tre catenelle unite insieme e collegate così [figura di tre anelli intrecciati e posti uno sopra e uno sotto, n.d.t.]    .Il perché in latino Maglie si disse assai bene Mallere Mallearum alludendo alle tre Torri che la composero […].

Ad onor del vero, l’erudito magliese, partendo da una sua nuova formulazione etimologica del toponimo “maglie”, arriverà a discostarsi parzialmente da questa storia pur tenendo ferma, come s’intuisce tra le righe, l’idea della fusione di tre originarie comunità qui immigrate (10).

Riepilogando, dunque, la tradizione orale affermava che Maglie fosse sorta da una colonia greca proveniente dal feudo di Pretore, nei pressi di Cutrofiano, e che giunta sul luogo avesse fondato tre comunità distinte tra loro da tre torri dedicate, rispettivamente, a Sant’Eligio, San Vito e San Basilio. Con la crescita dell’abitato, le tre popolazioni finirono per unirsi sviluppando un vero e proprio casale al quale assegnarono il nome di Maglie. Il popolo volle, a testimonianza della fusione delle tre comunità, uno stemma civico che mostrasse proprio tre anelletti/catene/maglie intrecciati/uniti a formare una maglia al fine di rimandare con immediatezza al nome da loro scelto e cioè: Maglie. Tutto questo avveniva verso tra la fine del I° e l’inizio del II° millennio d.C.

Il conterraneo Emilio Panarese (1925-2014), nostro noto e valente studioso di storia locale, sfatò del tutto le tesi etimologiche formulate nel corso dell’Otto-Novecento, inclusa quella proposta dal Macrì, trovando l’origine della parola “Maglie” nell’antichissima radice *mal- da cui proveniva, come si legge nei documenti antichi, la denominazione Malle che nel sostrato linguistico preindoeuropeo ebbe a significare “altura, monte, luogo elevato” (11). Lo stesso, argutamente, demitizzando il nesso che intercorreva, come diceva la tradizione tasselliana che egli definisce “una fola”, tra origine del nome e stemma sanzionò, per conseguenza, anche la storia della fondazione del casale in seguito all’unione di tre popoli insediati attorno alle tre torri anzidette (12).  Il presente saggio, tuttavia, non intende intraprendere la strada della linguistica per dimostrare che i racconti del Tasselli e del Macrì siano una vera e propria leggenda, alla quale in buona fede entrambi credettero, ma procedere attraverso l’araldica, quindi attraverso lo studio dello stemma cittadino, per mostrare le incongruenze storiche e simboliche che in essa si ritrovano (13).

L’attuale emblema della città di Maglie è il risultato di un’evoluzione artistica durata circa tre secoli. Le evidenze architettoniche, in particolare quelle visibili sugli edifici di culto, mostrano, generalmente sui portali delle porte d’ingresso, lo stemma cittadino che, come noto, era posto in quei punti ad indicare il diritto di giuspatronato esercitato dalla città su quel luogo sacro. Di blasoni cittadini precedenti al Novecento ne esistono pochi esemplari ma sono bastati questi a evidenziare cinque tipologie che coprono uno spazio temporale di circa trecento anni ovvero dal 1610, il più antico ancora visibile, sino a quello attuale formalizzato con lo stesso Regio Decreto del 2 febbraio 1890, a seguito dell’istanza presentata nel 1878 dal senatore Achille Tamborino (1825-1895),  che elevava il comune di Maglie al rango di città. La blasonatura formulata da detto decreto è uno scudo d’azzurro a tre anelletti d’argento, male ordinati e intrecciati (14) ovvero tre anelli d’argento (15) appoggiati su uno scudo dal fondo azzurro, intrecciati tra loro a formare nel proprio centro un’intersezione e posti uno sopra e due sotto.

Stemma della città di Maglie  secondo D.R. 2 febbraio 1890 (tratto da araldicacivica.it)

Il rango di Città è identificabile dalla corona posta sopra lo scudo che è, come disposto dall’art. 96 del Regolamento per la Consulta Araldica del Regno del 1943, una corona turrita, formata da un cerchio d’oro aperto da otto pusterle (cinque visibili) con due cordonate a muro sui margini, sostenente otto torri (cinque visibili), riunite da cortine di muro, il tutto d’oro e murato di nero anche se in realtà, nell’impresa magliese, è visibile una corona con cinque torri e quattro guardiole d’oro, entrambe finestrate, unite tra loro da un muro d’argento e posate su un cerchio di muro cordonato anch’esso d’oro e con accesso in vista (16). È subito da notare che tutti gli emblemi cittadini otto-novecenteschi non mostrano questo tipo di corona e ciò è attribuibile sia al fatto che Maglie non fosse ancora stata elevata a città e sia, principalmente, a un certo semplicismo della realizzazione per la quale non si tenne conto dei regolamenti araldici. Nessuna corona, inoltre, mostra il grado precedente ovvero quello del semplice “comune” che, secondo l’articolo 97 del predetto Regolamento del 1943 e a meno di concessioni speciali, è una corona d’argento, murata di nero, con quattro pusterle (tre visibili), con cordonature a muro sui margini, sostenente un muro aperto da sedici porte (nove visibili) o più verosimilmente altrettanti beccatelli e sormontata da una merlatura a coda di rondine o ghibellini (17). Per completezza bisogna aggiungere che, prima dello stesso Regolamento, i comuni con oltre tremila abitanti usavano una corona formata da un cerchio d’oro aperto da quattro porte e sormontato da otto merli dello stesso (cinque in vista) uniti da muriccioli d’argento mentre, per i Comuni inferiori ai tremila abitanti, era previsto solo un cerchio d’oro senza porte, con otto merli (cinque in vista) uniti da muriccioli, il tutto in argento.

Delle cinque tipologie dello stemma civico magliese rilevate nella fase d’indagine, come anticipato, è stato notato che la posizione degli anelli e la loro legatura è cambiata nel corso dei secoli (18). Questa constatazione induce a pensare che il blasone sia stato oggetto di una certa libertà artistica resa possibile perché esso non era ancora riconosciuto formalmente. Pertanto, l’utilizzo di questi stemmi come segno di riconoscimento del casale, probabilmente, sono stati validi solo in un ambito pubblico molto ristretto e forse non oltre il confine della provincia di Terra d’Otranto. Essendo opere di natura architettonica realizzate in pietra leccese spesso non hanno colore, tranne due, e perciò non è stato possibile fare per tutti un confronto tra l’attuale smalto dello scudo e degli anelli con quello, eventualmente diverso, degli altri. Il primo, cronologicamente parlando, è uno scudo cosiddetto “accartocciato” datato 1610, presente sulla porta di entrata della chiesa intitolata alla Madonna della Scala, senza corona e che mostra tre anelli uniti posti in posizione verticale ovvero:

Posizione degli anelli nel 1610 – chiesa Madonna della Scala (Maglie)

Tra inizio Settecento e buona parte dell’Ottocento, lo scudo inizia ad essere genericamente coronato e assume le fattezze, tranne qualche lieve variante, di uno scudo con punta (19). In questo stesso periodo appaiono i primi anelli posti in triangolo e intrecciati a formare nel loro centro un’intersezione ma la loro posizione non è ancora del tutto definita tanto che su uno stesso edificio compaiono stemmi con gli anelletti posti due sopra e uno sotto e viceversa. Sulla facciata della chiesa dedicata alla Madonna Addolorata, infatti, compare un emblema datato 1725 con i tre cerchi intrecciati posti uno sopra e due sotto mentre, all’interno della stessa e sempre datato 1725, è visibile uno perfettamente capovolto.

Posizione degli anelli nel 1725 – chiesa Matrice e Madonna Addolorata (Maglie)

La stessa cosa succede agli stemmi presenti, uno all’entrata e l’altro sull’arco del transetto, nella chiesa Matrice. Un’altra variante di questo periodo, databile al 1787, è quella visibile nello scudo posto sopra il timpano della chiesa dedicata alla Madonna Annunziata, popolarmente conosciuta col nome di chiesa di San Martino. Qui, gli anelli compaiono uniti in posizione triangolare e posti uno sopra e due sotto ma tutti e tre non intersecati:

Posizione degli anelli nel 1787 – chiesa Madonna dell’Annunziata detta “di S. Martino”

Particolare, invece, è uno stemma dell’Ottocento affrescato, l’unico nel suo genere, presente nella settecentesca chiesetta di Sant’Isidoro insistente in agro magliese nel feudo omonimo. Per la sua particolarità e per le interessanti notizie che da esso se ne traggono, è utile soffermarsi per mostrare come l’Araldica possa aiutare lo studioso di memorie locali a ricostruire una frazione di storia cittadina. Lo stemma in questione, presente sull’altare dedicato al Santo vescovo di Siviglia, è sormontato da una generica corona dorata e fogliata e perciò, mancando di quella turrita distintiva dei luoghi elevati a “città”, fa presupporre che la pittura sia stata realizzata prima del 1890. Un particolare decorativo, tuttavia, aiuta a meglio datare l’immagine. Lo scudo è circondato dai caratteristici rami di alloro e di quercia annodati ma non da un tricolore, come impone il regolamento araldico (20), bensì fermati da un tamburo dorato con le sue bacchette. Il tamburo è l’elemento principale dello stemma appartenuto alla famiglia Tamborino di Maglie ed è probabile che lo stemma civico nella chiesa di Sant’Isidoro sia stato realizzato proprio dal senatore Achille T. (1825-1895) anche perché l’appezzamento, lo stesso sul quale insiste la chiesa, fu una delle sue tante proprietà terriere. Inoltre il senatore fu sindaco di Maglie negli anni 1856-59 e 1873-82, anche queste date antecedenti alla più volte detta data del 1890, e per quest’ultima circostanza si potrebbe pensare che l’apposizione del tamburo al disotto dello stemma magliese volesse significare, e in qualche modo esaltare, l’operato di Achille Tamborino come a dire che sotto il suo sindacato Maglie iniziò ad esercitare il prestigioso diritto di giuspatronato sulla chiesetta di Sant’Isidoro. Inoltre, se lo stemma fu realizzato dal Tamborino, allora il periodo della sua esecuzione non può che collocarsi negli anni in cui rivestì la carica di sindaco. In questo stesso stemma è interessante notare che l’artista, pur mantenendo il tradizionale campo azzurro, abbia pensato di assegnare ad ogni anello un colore differente ovvero verde, argento e nero  aggiungendovi, tra l’altro e con gli stessi colori, due vessilli incrociati dietro lo scudo. Uno studio più approfondito e con documenti nuovi, pertanto, potrebbe svelare i motivi di tali scelte cromatiche e magari documentare l’esistenza di un’ideale bandiera comunale che cadde poi in disuso.

Da un punto di vista araldico, lo stemma di Maglie, qualunque sia stata la data di realizzazione, rientra nei cosiddetti “stemmi parlanti” ovvero in quelle imprese le cui figure, per allusione o allegoria, sono immagini che rappresentano perfettamente il nome del proprietario (21). Nel caso di Maglie, i cosiddetti anelletti araldici equivalgono alle maglie di una catena e perciò, per omonimia, alludono al toponimo. Tutto ciò significa che gli ideatori dello stemma magliese, in altre parole quella prima comunità formatasi attorno al I° millennio che realizzò uno stemma formato tra tre anelli/maglie, vollero rappresentare in esso proprio il termine “maglie” così come si scrive e così come si legge. Tale parola, però, secondo il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (22) inizia ad apparire dopo il Mille e precisamente in una tenzone del XIII secolo scritta da Orlanduccio Orafo in opposizione a Pallamidesse di Bellindote (23). Nel comune parlare, quale nome indicativo del toponimo salentino, giunge ancora più tardi, dopo l’antichissimo “Malle” e proprio nel periodo compreso tra i primi anni del XV e la fine del secolo successivo (24),quindi, almeno quattro secoli dopo. Per tale motivo era impensabile che quei primi abitatori conoscessero il termine “Maglie” – tra l’altro ancor prima dell’antico, loro contemporaneo probabilmente, “Malle”-  e che avessero persino voluto realizzare uno stemma con le maglie. Questo è uno dei motivi, dimostrabili attraverso l’araldica, che riesce a documentare con certezza quanto sia impensabile, perché anacronistico, dar fede alla storia del Tasselli che ebbe la leggerezza di scrivere «Maglie vollero fusse questa nuova Terra chiamata, e che à tal fine per sua impresa facesse trè Catene perché tre lochetti concatenati in uno si videro» (25). L’Araldica civica, tra l’altro, nasce anch’essa dopo il primo millennio e difatti la maggior parte degli emblemi civici risalgono all’epoca della nascita dei Comuni (XII secolo) allorché l’Imperatore o il Vescovo delle città concedevano l’insegna ai cittadini riuniti in assemblea come segno di autonomia e di libertà. Bisogna tuttavia giungere al XIII secolo per parlare di una vera e propria diffusione dell’araldica civica ovvero a quegli anni in cui l’Europa assistette a uno straordinario proliferare di imprese civiche perché l’araldica aveva elaborato un eccezionale sistema di riconoscimento ottico capace di identificare immediatamente persone e territori (26). Anche per questo motivo è assurdo ritenere che lo stemma di Maglie abbia origini molto antiche, al più è da credere che il casale iniziasse a fregiarsi dell’impresa nel momento in cui assunse un certo rilievo nella provincia. I documenti, però, non permettono di verificare quando ciò sia accaduto ma le evidenze storiche della città consentono di  ipotizzare che lo scudo magliese abbia avuto origini molto più tarde rispetto a quelle dei maggiori Comuni italiani del XII-XIII secolo. Maglie, infatti, come tanti centri minori della provincia, fu certamente coinvolta in quel fenomeno europeo che portò un po’ tutti i luoghi a fornirsi di un’impresa. Tuttavia, nel XV-XVI secolo l’araldica comunale non era più un fenomeno spontaneo in quanto su di essa era frequente l’intervento dei sovrani  che concedevano stemmi, li riformavano e li autorizzavano, tendendo a disciplinare la materia e a limitarne l’uso. Sotto quest’aspetto lo stemma magliese, quindi, dovrebbe esser apparso tra la fine della prima metà del Quattrocento e il Cinquecento e, difatti, permette di ipotizzare proprio questa datazione un particolare araldico che in esso è ben evidente: gli anelletti. Tre anelli intrecciati, quale insegna distintiva, non sono rari nel campo delle belle arti (27) dalle quali l’araldica ne ha tratto materia per le sue imprese. Essi, tuttavia, compaiono per la prima volta nel primo decennio del XV secolo e, precisamente, sul verso di una moneta d’argento coniata a Cremona durante il signoraggio di Cabrino Fòndulo (1370-1425) che, per quanto dice la tradizione, rappresentavano, simbolicamente, la grande intimità e “intelligenza” esistente intorno al governo del condottiero cremonese, l’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo e l’antipapa Giovanni XXIII (28). Nel 1420, con il passaggio del dominio di Cremona al duca Filippo Maria Visconti (1392 – 1447) di Milano e da questi a Francesco Sforza (1401-1466) attraverso il matrimonio (1441) della figlia Bianca Maria che l’aveva ricevuta in dote dal padre, i tre anelli iniziarono ad apparire nelle imprese delle maggiori famiglie patrizie milanesi. Precisamente, è proprio in seguito alla presa di possesso della Signoria di Cremona da parte di Francesco Sforza che questi, giunto nel 1450 all’apogeo della sua fortuna ossia quando fu creato Duca di Milano, iniziò a fregiare moltissime famiglie con i tre anelli che appartennero al Fòndulo quale segno onorifico e quale mezzo per amicarsi tutti quei milanesi che lo avevano aiutato nelle sue fortune (29). Tale strategia, di conseguenza, è equivalsa a rappresentare una sorta di alleanza tra la casa ducale e le famiglie nobili milanesi ma essa non era simbolicamente suggellata unendo tre anelli bensì concedendo loro il diritto a usarli nelle proprie imprese. Per questo motivo, è errato credere che l’unione/alleanza sia data dal valore simbolico posto nell’intersezione o nel legame di quegli anelli ed è corretto, invece, interpretare i tre anelletti intrecciati come un’unica figura nella quale risiede interamente il messaggio simbolico legato al semplice riconoscimento onorifico dato da un dominus al suo subalterno. L’araldica stessa, a maggior fondamento di quanto scritto, non ha mai utilizzato gli anelletti per significare “unione” o “alleanza” avendo questi, come riportato nei maggiori dizionari e manuali sull’argomento, significato di giurisdizione, di nobiltà, di dignità goduta e, in taluni casi, della fede, della perseveranza e dell’amore perfetto (30). La nascita dello stemma magliese, quindi, non può storicamente precedere la data del 1450, ovvero  il periodo in cui, in Italia, avviene l’apparizione e la diffusione araldica dei tre cerchi intrecciati (31) e questi, sempre dal punto di vista araldico, non hanno mai assunto il significato di “unione” o di alleanza come la leggenda magliese vuol far credere. Questa ultima constatazione, dunque, sfata definitivamente anche il mito diffuso dal Macrì ovvero che «la unione di queste tre Torri dié luogo, che lo stemma, o l’Impresa fossero tre maglie, o siano tre catenelle unite insieme».   

Lo stemma di Maglie, quindi, è semplicemente un’arma parlante la cui simbologia non racchiude affatto la storia della sua fondazione ma, per pura coincidenza, rimanda solo alle sue chimeriche origini. È plausibile che l’impresa cittadina sia apparsa negli anni in cui Maglie si avviava a elevarsi, tra i casali del Basso Salento, dal suo stato di comune borgo agricolo e cioè in Età Moderna, precisamente dal XVI secolo, quando in esso iniziava a emergere una robusta società mercantile. Provennero proprio da questa molti uomini di cultura che, sulla scia del sapere rinascimentale, s’impregnarono degli ideali di etica civile, di legittimazione della ricchezza, di esaltazione della vita politicamente attiva e di pragmatismo ovvero di quegli stessi ideali che, con buona probabilità, legittimarono e spinsero una frangia della società di benestanti magliesi a vedere nella creazione dello stemma cittadino un atto concreto per il riconoscimento dell’onorabile status raggiunto in quegli anni dal casale. È ovvio che essi, per realizzare l’impresa, s’ispirarono alla parola “maglie” sia per la semplicità e sia per l’immediatezza di comunicare il significato di quel loro simbolo ritenuto, probabilmente, anche una figura di eccezionale valore onorifico perché, per coincidenza, simbolo appartenuto ai più grandi potentati e mecenati italiani. In questi stessi anni nacque la leggenda delle “Tre torri” che, cosa non rara nell’ambito delle “dotte dissertazioni”, mirava a colmare le lacune storiche indirizzando, come nella mitologia, le notizie verso quelle fantasticherie capaci di glorificare persone, cose e luoghi.

(Pubblicato con il titolo il titolo Lo stemma di Maglie: dalla leggenda alla verità storica, sta in «Note di Storia e Cultura Salentina», Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia sez. del Basso Salento, ,  XXVI, Lecce, Edizioni Grifo, 2016, pp. 31-41).

Note:
1) F. Casotti – L. De Simone – S. Castromediano – L. Maggiulli, Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto, G. Donno – A. Antonucci – L. Pellè (a cura di), Pietro Laicata Editore, Manduria-Roma 1999, p. 515: «Teologo e cronista municipale, nato a Casarano. Prese parte dell’ordine dei Cappuccini di cui fu Deffinitore nella Provincia di Terra d’Otranto. Fu missionario in oriente. Raccolse alla rinfusa tutte quelle notizie che avevano un qualche rapporto con la Provincia di Terra d’Otranto. Malfermo in salute si ritirò nel Convento di Casarano dove morì».
2) L. Tasselli, Antichità di Leuca già posta nel Capo Salentino. De’ luoghi, delle Terre, e di altre Città del medesimo Promontorio, appresso gli Eredi di Pietro Micheli, Lecce 1693.
3) Ivi, p. 223
4) F. Casotti et alii, op. cit., pp. 281-282: «Letterato e cronista municipale. Nato a Maglie (LE). Nato da antica ma modesta famiglia, da Giovanni e Rosa Agrosì, il 30 dicembre del 1738. I PP. Conventuali della stessa sua patria ne curarono l’educazione, istradandolo sul sentiero delle lettere. Di là trasferito nel Seminario di Otranto dove studiò scienze sacre e profane, raggiungendo un limite così fuor d’uso per gli altri che i suoi maestri lo appellavano il Meditabondo. Il suo ideale era la ricerca e la soluzione di qualche problema di matematica, scienza verso la quale sentivasi chiamato a preferenza delle altre, specialmente quando ebbe per mano la Teoria delle funzioni analitiche del Lagrongia.Sacrato Sacerdote, per comandamento dell’Arcivescovo tenne cattedra di trigonometria in quel Seminario. Richiesto però dopo due anni da vari vescovi della provincia per l’insegnamento nei loro Seminari, abbandonò Otranto ed accettò la cattedra di letteratura in quello di Ugento. Proseguì per più anni questo insegnamento e nello stesso tempo lavorava a porre in assetto molti lavori destinati alla pubblicazione, specialmente: De Marmore Basterbino, dove con l’iscrizione messapica ritrovata a Vaste, cercava di strappare il segreto di quella lingua. Ma del suo lavoro non resta che il ricordo poiché andò perduto insieme alla nave che portava in Calabria molti effetti ed altri preziosi manoscritti inviati da Monsignor Kalefati Vescovo di Oria. Di là passo nel Seminario di Gallipoli, dove scrisse un opuscolo intitolato: Gallipoli Illustrata, un libretto di poche pagine diretto al Canonico Nicola Cataldi dove cerca di rintracciare la remota origine di Gallipoli, interpretando il passo di Plinio: In ova verum senonum Callipolis (lib. II, C. IV, Hist. Not.). L’Arcivescovo di Maglie lo richiamò in patria e lo nominò Arcidiacono di quella chiesa. Rimpatriato non mutò abitudini, la sua vita si divideva tra doveri ecclesiastici e lo studio. Trapassato l’Arciprete di quella chiesa, il Macrì fu spinto dai suoi amici a presentarsi al concorso nella Curia di Otranto, certi del risultato. Egli vi aderì a malincuore, poiché sapeva che gli emuli lo colpirebbero colla calunnia, come avvenne. Al Macrì fu anteposto un altro sacerdote. Pianse per l’ingiustizia subita perdonando i calunniatori, morì il 26 gennaio 1827. Scritti: Gallipoli Illustrata. Dissertazione, Lecce, Francesco Del Vecchio, 1849; Monographia de Marmore Basterbino. Opera manoscritta, diretta a Monsignor Kalefati Vescovo di Oria; Memorie Istoriche di Maglie e sua origine. A richiesta del Signor Sottointendente di Gallipoli D. Pietro Viva di Galatina nel settembre 1819, Lecce, Garibaldi, 1876; Sopra la moneta di Manduria e sull’antica città di Tirea, (ms.) posseduto dal Museo Provinciale di Lecce; Apologia in difesa della vera pronunzia latina del nome Lucia, opuscolo (ms.)».     
5) Il manoscritto è in italiano e non porta la firma dell’autore ma è a lui attribuito poiché la scrittura è la stessa di quelli presenti in una raccolta, della quale il documento fa parte, di carte scritte proprio al Macrì.
6) Il titolo completo del manoscritto è “Memorie Storiche dell’Origine ed Antichità di Maglie a richiesta del Sig.r Sottintendente di Gallipoli D. Pietro Viva di Galatina. Nel Settembre dell’Anno 1819”. Il documento fa parte dell’Archivio Privato del prof. Cosimo Giannuzzi di Maglie che di un altro documento del Macrì ha pubblicato un interessante saggio dal titolo Il labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì (Congedo Editore, Galatina 2004).
7) M. Imperio, Le Amministrazioni Provinciali e Distrettuali di Terra d’Otranto dal 1806 al 1861. Profili biografici dei membri, Ed. Del Grifo, Lecce 2003, p. 178: «Viva Pietro di Galatina, nacque nel 1768 da Carlo e Marianna Perrone […]. Morì nel 1833». Ivi, p. 19: «Il Sottintendente era la prima autorità del distretto, sotto le dipendenze dell’Intendente. Dava esecuzione alle leggi e ai decreti e aoruva il Consesso del Consiglio Distrettuale».
8) Macrì aveva sicuramente letto le “Antichità di Leuca” del p.Tasselli perché al foglio 5r si legge, a proposito della fondazione di Morigino da parte dei Mori: «Racconta il P(adre) Tasselli nella sua Antica Leuca, che un Moro venuto dalla Mauritania, o sia Barberia, con molti suoi Figli, edificò Morigeno (un miglio distante da Maglie) e che i figli divisi tra loro edificarono altre picciole Terre a Morigeno vicine».
9) Petrore località in agro di Cutrofiano ad ovest di Maglie in direzione della strada per Gallipoli.
10) Scrive in “Appendice” al foglio 3v del manoscritto: «Mi sembra per tutti i riguardi meritevole la Storia suddetta. Ma mi fa dubbitare il Nome Maglie è nome Italiano. Come mai ha potuto nominarsi Maglie in un tempo che la lingua Italiana non era ancor nata? In ciò dunque conviene tentare altre vie […]» e cioè, l’erudito magliese, formulerà un’ipotesi etimologica del toponimo, rivelatasi poi del tutto errata, facendolo risalire al punico Magalia = “casale” da cui, «toltasi la seconda vocale, si fa Maglia, Maglie».
11) Cfr. E. Panarese, Il toponimo «Maglie» e l’oronimia salentina, estr. da “ Contributi” – Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia sez. di Maglie, I(2), Congedo Ed., Galatina 1982, pp. 15-22; E. Panarese, Maglie da *mal-, “altura”, in «Tempo d’oggi», II(23), 1975; E. Panarese, Maglie da *mal-,“altura”. Ma dove sono le alture a Maglie?, in «Note di storia e cultura salentina», Società di Storia Patria per la Puglia, III, Maglie, 1976, pp. 5-16.
12) E. Panarese, Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare, Congedo Ed., Galatina 1995, pp. 23-25.
13) In questo saggio saranno usati i termini “impresa”, “blasone”, “arma” ed “emblema” come sinonimi di “stemma”.
14) Descrivere uno stemma si dice “blasonare” e per far ciò l’Araldica utilizza un linguaggio composto da una terminologia propria, non sempre di facile intuizione, affinché l’enunciazione scritta, in virtù delle molteplici caratteristiche che una figura araldica può assumere (posizione, colori, segni di dignità ecc…), sia quanto più analitica possibile. In questo saggio sarà utilizzato il corsivo per le blasonature.
15) Attualmente è in uso, e perdura da anni, uno stemma errato che riproduce tre anelletti d’oro anziché d’argento.
16) Anche per la corona, come per gli anelletti, si evincono differenze sostanziali che andrebbero verificate o corrette.
17) Indica la volontà di libertà e di indipendenza municipale e si ispira a quelle che nel XVIII secolo furono poste sullo scudo delle tre principali città imperiali tedesche: Norimberga, Augusta a Francoforte (sul Meno) e in seguito assai diffuse nel XIX secolo.
18) Per l’Araldica gli anelli intrecciati, come quelli di Maglie, rientrano nei cosiddetti attributi di modifica poiché la figura, nel corso degli anni, è variata nella posizione.
19) Le date di realizzazione degli stemmi sono state riprese dalle epigrafi sopra o sotto le quali essi compaiono.
20) Il Regio Decreto n. 652 del 7 giugno 1943 prevede che agli stemmi civici deve essere aggiunto un elemento decorativo. La presenza di questa decorazione rende certi di trovarsi di fronte a uno stemma di Ente Territoriale. Esso ha la funzione di adornare lo scudo al quale si riferisce ed è previsto, senza eccezioni, in due rami: uno di quercia con ghiande d’oro e uno di alloro con bacche d’oro, tra loro decussati sotto la punta dello scudo, circondanti lo stesso e annodati con un nastro del tricolore nazionale. Questo elemento decorativo richiama la “laurea corona” composta da due rami di alloro, la stessa che cingeva la fronte dei trionfatori e che figurava accanto alle immagini degli antenati, e l’alloro che era sacro ad Apollo ed era, per i Romani, simbolo di gloria ed onore.
21) In sostanza sono imprese basate sulla parola e illustrano, come nei rebus, il nome del titolare. Particolarmente diffusi nelle armi del XIX secolo, come per Maglie, sono spesso individuati con fantasiose e inattendibili etimologie senza nessun riguardo per l’origine toponomastica autentica. In questi casi sono spesso il risultato di “dotte dissertazioni” ottocentesche che l’Araldica, quale scienza ausiliaria della Storia, non accetta.
22) TLIO, Tesoro della Lingua Italiana delle Origini è consultabile al sito http://www.clio.ovi.cnr.it
23) Cfr. Aa.Vv., Poeti del Duecento, Gianfranco Contini (a cura di), R. Ricciardi, Milano-Napoli 1960, 1, pp. 473-482.
24) Cfr. Tav. IV in E. Panarese, Maglie op. cit.
25) L.Tasselli, op. cit., p. 223.
26) Cfr. U. Barlozzetti, I colori della guerra, in  «Storia della Civiltà Toscana. Comuni e Signorie», Franco Cardini (a cura di), Le Monnier per Cassa di Risparmio Firenze, Firenze 2000, 1, p. 231-258: «La capacità e la facilità di comunicazione dell’Araldica ne estesero rapidamente l’uso a classi sociali, gruppi e istituzioni lontane dalla cavalleria, non più singoli e famiglie, ma corporazioni, fazioni e comunità. Le insegne dei Sestrieri, dei Quartieri, dei Terzieri, dei Gonfaloni, delle Corporazioni, delle Compagnie religiose e così via sono un terreno particolarmente significativo per comprendere mentalità, gusto, modo e cultura, per la definizione e motivazione della scelta con riferimenti ad apparati etico-simbolici o etico-religiosi, destinati a restare segreti al di fuori della cerchia o a rinviare – al contrario – in modo volutamente palese a fatti specifici. Anche la tipologia del bestiario araldico è significativa. Fu in questo quadro che le città comunali italiane – ove per altro alle origini il ceto nobiliare era assai forte – precocissimamente rispetto al resto d’Europa assunsero nel corso del XIII secolo (almeno a stare alle testimonianze rimaste) stemmi in tutto e per tutto rispettosi delle tecniche e delle regole araldiche. Con qualche forzatura logica lo scudo passò dal braccio del cavaliere a quello immaginario di una entità impersonale: la Comunità. Anche qui l’origine è molto spesso militare. Sono bandiere e pennoni di guerra ad essere trasformati in stemmi, riprodotti sugli scudi delle milizie cittadine e ripetuti poi nell’iconografia, sugli oggetti, in infiniti modi, a simboleggiare autonomia e sovranità delle città. Gli stemmi più semplici dichiarano la loro origine funzionale all’identificazione ottica a distanza e quindi bellica, e sono quelli di aree dove l’autonomia politica e militare fu più forte».
27) Michelangelo, ad esempio, prediligeva questa figura perché in essa vedeva ben realizzarsi il connubio delle “tre arti sorelle”: Architettura, Pittura e Scultura.
28) D. Sant’Ambrogio, Dell’impresa araldica dei tre anelli intrecciati, concessa da Francesco Sforza a parecchie famiglie milanesi, in «Giornale della società storica lombarda» Milano 06/1891, Serie 2, Volume 8, Fascicolo 2, p. 394.
29) Ivi, pp. 397 – 398: «Riesce quindi facilmente spiegabile come, giunto Francesco Sforza all’apogeo della sua fortuna, […], nell’intento di amicarsi o ricompensare le famiglie patrizie milanesi che gli erano state larghe di favori e di sussidi, scegliesse come impresa personale preferita quella dei tre anelli, già di Cabrino Fòndulo e strettamente attinente alla signoria di Cremona, solo territorio di cui poteva legalmente disporre in seguito alle di lui nozze con Bianca Maria. Vi era in questa elezione di impresa araldica un fine tatto politico e un alto sentimento di convenienza, giacché, distribuendo un’onorificenza di cui nessuno poteva contestargli il legittimo possesso, l’avveduto Francesco Sforza rimoveva ogni benché lontana causa di rancore od umiliazione nei patrizii milanesi e si accaparrava in bel modo l’animo loro. […] Tra le famiglie dell’onorifico distintivo dei tre anelletti intrecciati, citammo i Cavazzi della Somaglia, i Sanseverino, i Birago, e in ispecial modo i Borromeo, i quali ultimi dovevano avere speciali benemerenze agli occhi di Francesco Sforza, essendo in una possessione di detta famiglia patrizia, e precisamente alla Peschiera fuori Porta Vittoria, già Tosa […]».
30) G. Zerletti, L’Arte del Blasone dichiarata per Alfabeto, presso G. Zerletti, Venezia 1756: «Anello. […] Quando nell’Arme vi sono tre anelli esser ponno intrecciati. L’Anello è simbolo della fede, della perseveranza, dell’amore perfetto»; V. Palizzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia ossia Raccolta Araldica, Editori Visconti-Huber, Palermo 1871-75, p. 20: «Anelletto, più anelli […] sono contrassegno di nobiltà, di giurisdizione»; P. Guelfi Camaiani, Dizionario Araldico, Arnaldo Forni Editore (rist. anast.), Bologna 2000: «Anello. […] Introdotto nelle armi volle ricordare la dignità goduta»; G. Crollalanza, Enciclopedia Araldico-Cavalleresca. Prontuario nobiliare, Presso la Direzione del Giornale Araldico, Pisa 1878: «Anelletto. […] Figura araldica quasi sempre in numero e frequente nelle arme è contrassegno di nobiltà e di giurisdizione, perché rappresenta l’anello dei cavalieri […]. Si vedono anelletti accollati, intrecciati, infilzati […]».
31) Trattando la materia di questo saggio gli aspetti araldici dello stemma magliese, è evidente che nessuna correlazione può stabilirsi con la tradizione cristiana che vuole nei tre anelli la rappresentazione del dogma della Sacra Triade ovvero delle Tre persone in Una. Sarebbe pertanto ardito, ipotizzare che i tre anelli dell’impresa cittadina possano correlarsi con temi religiosi specialmente se teniamo conto che la cristianizzazione di questi territori e dei suoi elementi pagani ha dato più peso alla simbologia della croce che ad altro.
cultura meridionale, Saggio

L’alimentazione pitagorica nell’Italia meridionale (Magna Grecia)

di Apostolos Apostolou

Busto di Socrate conservato nei Musei Vaticani – da Wikipedia

Socrate illustra a Glaucone, secondo la Repubblica di Platone, l’alimentazione ideale per gli uomini della città, o come dice Socrate, per gli uomini del futuro. Ecco che cosa dice Socrate per l’alimentazione ideale. Olive, formaggio di capra, focacce di frumento e orzo, cipolle, legumi, pasticcini di fichi, bacche di mirto e ghiande arrosto, e sempre un poco di vino.  Secondo Glaucone questi prodotti alimentari vengono mangiati dai poveri e domanda a Socrate: “E la carne?”  E Socrate dirà, “per la carne avremo bisogno di molti maiali e di guardiani e poi, Glaucone, saremo costretti a ricorrere più spesso ai medici. Anche gli allevamenti richiederanno spazi nuovi, sottraendo terreno all’agricoltura. E così la città sarà costretta a invadere i paesi vicini e a fare la guerra”.  (Repubblica, Libro 2, capitolo 13 e 14). Ecco una parte di dialogo: Continue reading “L’alimentazione pitagorica nell’Italia meridionale (Magna Grecia)”

Saggio, Scrittori salentini

Il naufragio della nave Oria nel mare Egeo

di Lucio Causo

12 febbraio 1944

La nave Oria era un piroscafo norvegese costruito nel 1920 nei cantieri di Sunderland, naufragato nella seconda guerra mondiale nel mare Egeo provocando la morte di oltre 4000 prigionieri italiani. Continue reading “Il naufragio della nave Oria nel mare Egeo”

cultura meridionale, Saggio

Alcmeone di Crotone: Il primo fisiologo della storia di Medicina

di  Apostolos Apostolou

Alcmeone da Crotone

Nous è il termine che in greco designa, a partire da Omero, la facoltà di comprendere di rendersi conto di una situazione, di un evento o delle reali intenzioni di qualcuno. Continue reading “Alcmeone di Crotone: Il primo fisiologo della storia di Medicina”