Antropologia culturale, Bozzetti di viaggio, cultura meridionale, Cultura salentina, Personaggi, Scrivere il Salento, Territorio, Tradizioni

Pier Paolo Pasolini nella Grecìa salentina

di Angela Leucci

21 ottobre 1975, Calimera (Lecce): Pier Paolo Pasolini con Piromalli e Buratti nel Circolo di cultura grecanica di Calimera, presso la dismessa manifattura di tabacchi Murrone.
21 ottobre 1975, Calimera (Lecce): Pier Paolo Pasolini con Piromalli e Buratti nel Circolo di cultura grecanica di Calimera, presso la dismessa manifattura di tabacchi Murrone. (Foto tratta dal sito http://www.antoniopiromalli.it)

 

Un grande amore e – come scriverebbe Oscar Wilde – il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte. Pier Paolo Pasolini non ha semplicemente visitato il Salento, l’ha vissuto, a quanto pare in quattro (o forse più) diverse occasioni documentate. Nel 1959 il poeta, regista e linguista percorse il tacco d’Italia per un reportage di viaggio dal titolo “La lunga strada di sabbia”: a bordo di una Fiat 1100 scrisse un articolo per la rivista Successo, le sue mete Gallipoli e il Capo di Leuca. Continue reading “Pier Paolo Pasolini nella Grecìa salentina”

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Scrivere il Salento, Storia, Tradizioni

Le Chiangimorti

Prefica
1952: Franco Pinna e ritrae Maddalena La Rocca, fattucchiera di Colobraro, in Basilicata

Si nu’ chiangimorti!

E’ questa l’espressione tipica nel Salento che si usa, riprendendo la figura di quelle donne luttuose e urlanti che si vedevano sino al secolo scorso durante i funerali, quando si vuole indicare una persona particolarmente lagnosa. Queste chiangimorti o prefiche, quando qualcuno moriva, erano chiamate nella casa del defunto per piangerlo e sedevano di fronte alla bara e al fianco dei parenti.  Generalmente si trattava di una coppia che era pagata per il servizio svolto e perciò, non raramente, malgrado dimostrassero tanto dolore per la perdita del caro estinto, il più delle volte lo conoscevano a malapena.

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Scrivere il Salento

L’amore ai tempi di Papa Màuro

Tèlo na su màso ena sonetto grico

Na mi to fserume na mi to matune e latini

(voglio cantarti una canzone greca

solo per te e che non la intendano i latini)

Quando l’amore nel nostro Salento era ancora agàpi. Quando l’agapi tra Zito e Zita  era assoluto, cardìa (cuore). Quando le reciproche promesse di amore eterno e fedeltà erano scandite dallo scambio di regali per le principali ricorrenze religiose (Natale, Candelòra, Pasqua). Quando la Zita mandava allo Zito per Pasqua una cuddura con quante più uova poteva, avvolta in un fazzoletto da essa stessa ricamato con frasi amorose. Quando la Zita teneva in casa una sedia nuova per lo Zito, che in caso di rottura del fidanzamento appendeva ad un palo o al muro per far sapere di essere nuovamente libera.

una rosa di maggio!

Quando una giovane nuovamente libera era solita portare appeso in petto un fiore rovesciato ed all’ingiù – “m’efike o nnammurào jà tuo vastò fiùro anopocào” (sono libera dall’innamorato, per questo porto il fiore rovesciato). Quando per cantare il suo amore alla Zita lo Zito le dice che è bella come il sole, oria san iglio, come una rosa fresca appena colta, rodon azzippammèno apù ti chianta, come un uccello che vola in primavera, puddì ‘stin primavèra apetònta. Quando la Zita era agapitì (amata), orrìa (bella), calédda, plèon orrìa, dèa.
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