Ambiente, Cultura salentina, Gastronomia

Il Mirto tarantino, storia e mito di una delle piante più tipiche della macchia mediterranea

di Francesco Lacarbonara

Mirto

Il Mirto tarantino
Emblema di pace per gli Ebrei, pianta sacra per i Greci e i Romani:
storia e mito di una delle piante più tipiche della macchia mediterranea

Passeggiando lungo i viali e tra i giardini di una delle tante, storiche, ville che impreziosiscono la già splendida città di Roma, non è raro osservare magnifici arbusti di Mirto tarantino, alti anche fino a tre metri. Ciò che sorprende è come questa pianta, nota e coltivata fin da tempi immemorabili, già apprezzata per le sue qualità cosmetiche e proprietà curative da Assiri e antichi Egizi, sacra per Greci e Romani, sia poco conosciuta proprio nel suo territorio di origine.
Come spesso accade occorre superare i confini, e non solo geografici, del proprio territorio, per poter apprezzare al meglio quanto esso sia ricco non solo di tesori artistici, storici e culturali, ma anche, come nel caso del Mirto, naturalistici.

Dal punto di vista botanico il Mirto (Myrtus communis L.) dà il nome ad un ordine (Myrtales) e ad una famiglia di piante, quella delle Mirtacee, a cui appartengono quasi 4000 specie di alberi e arbusti tropicali e subtropicali, quasi tutte aromatiche e ricche di oli essenziali.
Tra queste ricordiamo l’Eucalipto, originario dell’Australia, il Caryophillus aromaticus, da cui si ricavano i chiodi di garofano e la Feijoa.

Il Mirto si presenta perlopiù sotto forma di arbusto alto fino a 5 m dalla chioma emisferica e globosa; il tronco è breve, diviso e ramoso, dalla corteccia bruno-rossastra, a squame e fibrosa.
Il fogliame, sempreverde, presenta foglie semplici, lucide, ovato-acute, lunghe 1-5 cm, rigide e a margine intero, provviste di ghiandole puntiformi, se sfregate emanano un odore aromatico; l’inserzione delle foglie sul ramo è opposta o verticillata a gruppi di tre. I fiori sono solitari, disposti all’ascella fogliare, e peduncolati: la corolla è composta da 5 petali bianchi, gli stami sono numerosissimi e sporgenti, le antere sono gialle; la fioritura avviene nel periodo estivo (giugno-agosto). I frutti sono delle bacche ellittiche, lunghe fino a 1 cm, azzurro-nerastre, ricchissime di semi; apprezzate da molte specie di uccelli, spiccano nel fogliame autunnale e invernale per i vivaci riflessi metallici.
Originario della Persia ed Afganistan, in Asia, e dell’Europa meridionale, il Mirto è una delle piante più caratteristiche della macchia mediterranea. Ha areale circummediterraneo, dove è frequente lungo i litorali, nelle siepi e nelle boscaglie, associandosi volentieri con specie tipiche della macchia mediterranea, come il Leccio, il Pino d’Aleppo, il Ginepro, il Corbezzolo, la Fillirea, il Lentisco e i Cisti. Nel Salento lo ritroviamo, insieme ad altre essenze, a formare la macchia litoranea a ginepri, la macchia bassa (in particolare nel Salento meridionale) e (ancora più a Sud) la macchia ad euforbia arborescente.
Specie eliofila, amante del caldo, vive su terreni acidi o subacidi, ma è diffuso anche su quelli calcarei; è coltivato come ornamentale, ma è sensibile alle gelate, per cui è meglio porlo in luoghi solitari e riparati. Si conoscono numerose varietà coltivate, come la bellica, la minima, l’angustifolia, ecc., e altrettante varietà naturali, come la lusitanica, la microphilla, la baetica.

Tra queste ultime c’è la nostra tarentina: caratterizzata da foglie piccole (4-6 mm di larghezza), tipica delle regioni più calde d’Italia, si presta in particolare alla formazione di fitte siepi e con la sua presenza abbellisce viali e giardini di molte località italiane.

Simbologia, mito e leggende
Il nome Mirto deriva dal latino myrtus, greco myrtos, di origine semitica, derivante dalla stessa radice di myron, che significa “essenza profumata”. Secondo la mitologia greca il Mirto prende il nome da Myrsine, fanciulla uccisa da un giovane invidioso in quanto da lei battuto nei giochi ginnici; Pallade Atena, impietosita dalla triste fine della ragazza, decise così di trasformarla in un arbusto odoroso. Un’altra leggenda narra che Bacco, dovendo recarsi negli Inferi per liberare la madre Selene uccisa dai fulmini di Giove, avrebbe promesso di lasciare in cambio una pianta di Mirto. Per questo motivo all’arbusto viene assegnato un significato funereo, peraltro piuttosto raro in campo iconografico , mentre l’uso di decorare con le sue fronde urne sepolcrali e cimiteri è ancora attuale.
In seguito divenne simbolo della colonizzazione greca: gli emigranti ellenici portavano con sé rami di mirto a dimostrare che così intendevano porre fine a un periodo della loro vita. Sempre secondo i Greci, Venere, uscita nuda dal mare e inseguita da un gruppo di satiri, trova rifugio in un boschetto di Mirti; per Ovidio, invece, la dea dell’amore, nata dal mare, approda sulla spiaggia di Citera e con rami di Mirto copre la sua nudità; per questo l’arbusto fu dedicato alla dea e se ne piantarono boschetti sacri. Attraverso la figura di Enea, mitico antenato dei Romani e figlio della stessa Venere, la leggenda passò in Italia, tanto che la bellissima dea divenne protettrice di Roma; mentre secondo Tito Livio la città era nata nel punto dove era spuntato l’arbusto. Plinio racconta come anche nell’Urbe fossero stati piantati alberi sacri di Mirto, soprattutto nei luoghi pubblici.
Le fronde del Mirto divennero simbolo di vittoria: durante l’ovazione o trionfo minore, decretato dal senato per una guerra vinta senza spargimento di sangue, il vincitore, vestito di bianco, saliva al Campidoglio con una corona di Mirto e sacrificava una pecora (da cui appunto il termine ovazione, da ovis, pecora). Rami di Mirto venivano offerti, sempre dai Romani, a Venere nei sacrifici delle calende di aprile, mentre durante i banchetti un rametto profumato di Mirto passava da un commensale all’altro come testimone per il brindisi e incitamento al canto. Secondo Plutarco, scrittore di origine greca, ma fine conoscitore della società romana, l’uso conviviale sarebbe derivato proprio dai greci.
Virgilio, che ben conosceva il nostro territorio, fa riferimento al Mirto come elemento caratterizzante della costa ionico-tarantina. Nel famosissimo passo delle Georgiche dedicato alla campagna nei pressi del fiume Galeso (breve corso d’acqua che sfocia nel Mar Piccolo di Taranto) per i mirti usa l’espressione “amantis litora myrtos”, cioè “i mirti innamorati delle spiagge”, avendo osservato come essi preferiscano vivere in zone calde e soleggiate. Nella seconda ecloga delle Bucoliche loda l’aroma del Mirto: “…e coglierò voi, allori e mirti che crescete vicini, perché così disposti mischiate soavi profumi.”; mentre nella settima ecloga ci ricorda che il Mirto teme il gelo: “…mentre difendevo dal freddo il tenero mirto” e che è pianta sacra a Venere: “il pioppo è gratissimo a Ercole, la vite a Bacco, il mirto a Venere bella, a Febo il suo alloro”; come ci dice anche Fedro, con quasi identiche parole, in una delle sue bellissime favole: “Piacque a Giove la quercia. Poi a Venere il mirto, a Febo il lauro, ed a Cibele il pino, e l’arduo pioppo ad Ercole”.

Come si può ben vedere l’immagine del Mirto ha sempre avuto una valenza positiva e come pianta sacra a Venere è divenuta simbolo di fecondità: gli sposi durante il banchetto nuziale erano soliti portare corone di Mirto sul capo e lo stesso Plinio definisce questo arbusto myrtus coniugalis.
Catone distingueva tre varietà di Mirto: la Nera, la Bianca e la Coniugale, e negli ultimi secoli dell’Impero Romano il Mirto era l’albero propiziatorio per la casa dei giovani sposi e se ne facevano ghirlande per le feste nuziali.
La tradizione si rinnova ancora oggi in alcune regioni dove, nei mesi estivi, si usano rametti di Mirto fiorito al posto dei fiori d’arancio per il bouquet della sposa. Da parte loro gli inglesi citano un vecchio detto: “Myrtle for remembrance” (Mirto per ricordare) quando ne mettono i rami nei mazzi di fiori preparati in occasione dei matrimoni.
In virtù della delicatezza e del colore bianco del suo fiore, il Mirto è stato accostato anche alla Vergine Maria, in riferimento alla sua purezza e umiltà. Durante il Rinascimento, infine, il Mirto fu associato alla fedeltà e all’amore eterno e come tale viene raffigurato nelle allegorie matrimoniali.

Le proprietà medicamentose
In varie preparazioni, per uso interno o per uso esterno, ai frutti e alle foglie del Mirto sono state attribuite nel tempo molte proprietà: l’infuso delle foglie aromatico-amarognole, raccolte preferibilmente in giugno-luglio, vanta proprietà stimolanti la digestione, disinfettanti, balsamiche, curative delle bronchiti, delle diarree infantili, delle cistiti e della leucorrea; per uso esterno viene utilizzato per irrigazioni vaginali, per le stomatiti e le piaghe cutanee.
L’infuso, il decotto e il vino medicato dei frutti aromatici raccolti in autunno, hanno proprietà rinfrescante, balsamica, astringente ed emostatica; mentre per uso topico il decotto viene utilizzato per irrigazioni antisettiche e antileucorreiche. Dalla pianta si ricava per distillazione un preparato denominato Acqua d’oro che viene utilizzata per le gengiviti, pelli screpolate e per le contusioni.
Il mirtolo, contenuto nell’olio essenziale di Mirto, è stato anche indicato nelle febbri malariche come efficace succedaneo della chinina.
Ippocrate prescrive alle donne affette da afte ed ulcere ai genitali, irrigazioni con acqua di Mirto o con vino in cui sia stato cotto del Mirto. Nei casi di stranguria (difficoltà di orinare) la cura è più complicata: Mirto secco sulla brace, per fumigazione della parte, utilizzando, a mo’ di imbuto rovesciato, una zucca indiana (Lagenaria vulgaris) infilata nei genitali.
Plinio ricorda l’olio di Mirto con cenere di lepre per arrestare la caduta dei capelli, o con cenere di zoccolo di mulo per chiudere le chiazze alopeciche; radice di Mirto carbonizzata con sangue mestruale per procurare l’aborto; vino di Mirto con cenere di lumache africane per la dissenteria e tordi con bacche di Mirto per i disturbi urinari.
Dioscorìde Pedànio, citato dal senese Mattioli nel XVI secolo, raccomanda l’olio di Mirto come utile per le ulcere del capo, le scottature, “le fracassature delle membra,…le posteme (accessi, pustole) del sedere”; mentre il vino di Mirto giova “al budello del sedere, e à i flussi delle donne… e proibisce il cascar de i capelli.”
Antichi testi di medicina assicurano che lo sciroppo mirtino di Mesuè, medico siriano vissuto nell’undicesimo secolo, “giova alla diarrea ostinata” e che l’Unguento della Contessa, con bacche ed olio di Mirto, e molti altri ingredienti, “ritiene il feto; proibisce l’Aborto; rimedia alle Hemorroidi; vale nella Gonorrea”. Il medico arabo Avicenna prescriveva lo sciroppo di Mirto contro la tosse e la dissenteria, le punture di ragni e scorpioni, esaltando le qualità antisettiche e balsamiche che anche la moderna industria farmaceutica sfrutta, estraendo un olio essenziale dalle foglie.

L’impiego in cucina
Con le foglie del Mirto si aromatizzano gli arrosti e Plinio indica la salsa di bacche di Mirto come perfetta per accompagnare il maiale arrosto. Il fumo dei rametti di Mirto sulla brace del barbecue conferisce un piacevole aroma alla grigliata; i frutti possono essere utilizzati come sostituti del pepe mentre con i fiori di Mirto taluni ornano le macedonie di frutta. Insieme con il finocchio selvatico e l’alloro serve a profumare la salamoia delle olive nere “all’acqua”, con il metodo nostrano, mentre in Corsica ed in Sardegna si prepara un liquore dalle virtù digestive, facendo fermentare le bacche in acqua e zucchero.
Un’altra ricetta inebriante è quella dell’infusione di bacche di Mirto in alcool, con un procedimento simile alla preparazione del Gin, che si ottiene invece dalle bacche di Ginepro. Il “vino” di Mirto era molto apprezzato già in epoca romana ed è citato da Plinio, Dioscorìde e da Columella.
L’autore del De re rustica, che visse anche a Taranto nel I secolo d.C., lo descrive come un macerato di bacche in un buon mosto d’uva, con aggiunta di miele. Questa miscela aromatica e dolcissima si usava a volte per migliorare uve poco zuccherine e ottenere vini più alcolici.
Ma è Catone a fornirci la precisa ricetta: mezzo moggio (poco più di quattro chili) di bacche di Mirto in una urna (tredici litri circa) di mosto, dicendolo adatto alla durezza di stomaco, al mal di reni ed alle coliche. Agli inizi del Rinascimento42 si chiama mortadella una salsiccia di carne di vitello, molto diversa da quella che oggi si prepara con il maiale, aromatizzata con il Mirto; già i romani però apprezzavano il myrtatum, un insaccato speziato con Mirto.
Pesce di murta era detto il pesce che in Sardegna, in epoche antiche, si usava cuocere in un brodo di Mirto, per meglio conservarlo e poterlo trasportare facendone commercio.

Il Mirto nella cosmesi ed altri usi
Nella Mesopotamia del II millennio a.C. era uso ungersi con olio profumato al Mirto, in quanto considerato una fonte di salute e benessere; il profumo diventava così un segno d’amore ed un rito purificatorio. Sappiamo, ad esempio, che prima di essere presentata al re persiano Assuero, l’ebrea Edissa (la Ester della Bibbia) dovette sottoporsi a due riti di purificazione consistenti in sei mesi di bagni di vapore profumati e di applicazioni, sul corpo, dell’olio di Mirto e, successivamente per altri sei mesi, di fumigazioni di Storace, Zafferano, Narciso e Cinnamomo.
Plinio annota l’utilizzo dell’olio di Mirto, con cenere di corno di capra, contro l’eccessiva sudorazione. Gli speziali del Medioevo ricavavano dalle cortecce, dalle foglie e dai fiori del Mirto un distillato, detto Acqua angelica, lozione cosmetica detergente e tonica utilizzata nella preparazione di saponette o per aromatizzare tè, vini e liquori; con le bacche si può preparare un decotto per dare lucentezza ai capelli neri.
Tra le curiosità legate all’uso del Mirto ricordiamo quanto riporta il cronista che commentò per i posteri il pranzo nuziale di Costanzo Sforza, signore di Pesaro, con Camilla d’Aragona, nella seconda metà del quattrocento: al levar delle mense i servitori spazzarono il pavimento con scope di Mirto profilate d’oro!
In tempi trascorsi, nelle campagne, si usava mettere rami di Mirto nella biancheria per profumarla, mentre dalla macerazione dei fiori in olio e vino bianco pare si possa ottenere un ottimo rimedio per le zecche dei cani. Foglie, radici e corteccia contengono tannini usati per conciare cuoio fine, a cui danno un buon profumo.
Quando il tronco della pianta raggiunge sufficienti dimensioni, il legno del Mirto, duro, compatto e di grana fine, è apprezzato per lavori di torneria ed intaglio, e per ottenere manici di attrezzi o di ombrelli; buon combustibile, fornisce un ottimo carbone48. Per finire, dalla spremitura dei frutti (che come abbiamo già visto sono ricchissimi di semi) in appositi frantoi, si otteneva in passato un combustibile adatto a rifornire lumi ad olio di Mirto49.

Conclusione
Osservare piante di Mirto allo stato spontaneo non è affatto difficile: basta una passeggiata lungo uno dei qualsiasi tratti del litorale salentino, adriatico e ionico, ed inoltrarsi nella lussureggiante vegetazione della macchia mediterranea.
Giunti lì, in una assolata giornata d’estate, ci si potrà inebriare dell’intenso profumo che, come un aerosol naturale, si solleva dalle tante piante aromatiche, ricche di oli essenziali, che la compongono. Chiudendo gli occhi e con un pizzico di immaginazione si potrà sognare di tornare indietro nel tempo, quando Greci d’Occidente e cittadini dell’Urbe intrecciavano con il Mirto ghirlande per incoronare i loro eroi e poeti o preparavano, con i suoi candidi fiori profumati, mazzetti da offrire agli sposi come augurio di fedeltà e di fecondità.
Al Mirto tarantino (non più rinvenibile allo stato naturale ma ampiamente diffuso come pianta ornamentale) affidiamo il compito di salutarci con un’ ultima, poetica, immagine raccolta dal profeta Isaia, che nella Bibbia, in un contesto augurale, dice: Al posto dei roveti crescerà il cipresso, al posto delle ortiche il Mirto; ciò sarà a gloria del Signore un segno eterno che non scomparirà

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19 pensieri riguardo “Il Mirto tarantino, storia e mito di una delle piante più tipiche della macchia mediterranea”

  1. Interessantissimo! Un sentito grazie all’autore Lacarbonara di cui ricordo un rimarchevole competente contributo alla Rivista Spicilegia Sallentina, sulla flora in Puglia (estate 2008).

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  2. Una domanda all’Autore dell’articolo, se permette.

    I chiodi di garofano non sono i frutti dell’albero Eugenia caryophyllata (origini indonesiane)?
    Stessa famiglia dell’Eucalipto?

    Grazie sin da ora per una risposta.

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    1. Ringraziandolo per il cortese commento rispondo volentieri alla domanda postami dal Sig. Marco Amedeo sui chiodi di garofano: i nomi Caryophyllus aromaticus (L.) e Eugenia caryophyllata (Thumb.) sono sinonimi, ossia si riferiscono alla stessa specie (altri sin.: Syzygium aromaticus (L.) e Eugenia aromatica (L.)). La famiglia è la stessa dell’Eucalipto (Myrtaceae) mentre il genere è Eugenia (da Eugenio di Savoia, generale italiano, 1663-1736); vi appartengono piante sempreverdi, simili al mirto, proprie delle regioni calde dell’Asia e dell’America. Diverse le specie (circa 700) tutte molto interessanti, per es.: E. uniflora (detta anche ciliegio del Brasile, perchè dà frutti simili alla ciliegia), E. brasiliensis (da cui si ricava del buon legname), ecc..
      La nostra E. caryophyllata è un albero sempreverde, alto 10-15 m., cresce spontaneamente nelle Molucche, Isole Reunion, Antille, Madagascar e Indonesia; i boccioli fiorali,raccolti ed essiccati, costituiscono la spezia nota col nome di chiodi di garofano; le principali aree di coltivazione sono: Zanzibar, Indonesia e Madagascar. Spero di aver così soddisfatto la sua curiosità e resto a disposizione per fornire ulteriori notizie e chiarimenti in merito al mio saggio o a quant’altro possa riguardare il patrimonio naturalistico pugliese.

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  3. per correttezza il saggio di cui sopra è stato già pubblicato su Spicilegia Sallentina e gentilmente concesso dall’Autore per culturasalentina

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  4. E’ un exscursus interessantissimo che ci permette di affezionarci ancor di più a questa pianta, emblema della nostra cultura e cutura salentina e mediterranea.

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    1. Non mi risulta che il Mirto abbia tra le sue varie proprietà anche quella di agire da “erbicida” naturale; di solito nei pressi degli arbusti componenti la macchia mediterranea non crescono molte piante per la tendenza di queste ad occupare la massima superficie possibile con un tipico comportamento a “pulvino” (riducendo così la superficie del terreno esposta ai raggi solari e trattenere quanta più umidità possibile); se dovessi trovare ulteriori notizie in merito sarà mia premura trasmettergliele, a presto.

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  5. Un articolo interessantissimo, complimenti e grazie mille!!!
    Stavo giusto cercando spunti e impressioni riguardo questa pianta il cui olio essenziale vorrei iniziare ad usare in una prossima produzione.
    Questa settimana sono immerso tra ulivi, rosmarini e mirti tarantini, proprio per sentirne la voce.

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  6. salve, VI FACCIO I MIEI COMPLIMENTI X LA VS PUBBLICAZIONE MOLTO INTERESSANTE,in giardino ho la varieta MIRTO TARANTINO come pianta ornamentale interrata e chiedo gentilmente se è adatta a fare del liquore (TIPO MIRTO DI SARDEGNA)dalle foglie o dalle bacche,con relative quantita di ingredienti?per quanto riguarda la ricetta di catone da voi citata ,quale mosto di vino bisogna usare? grazie ,saluti

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    1. Grazie Vincenzo per i complimenti, sono contento che il mio articolo ti sia piaciuto. Rispondo sinteticamente alle tue domande.
      – Quasi sempre le varietà ornamentali di specie botaniche non conservano le stesse qualità organolettiche della pianta madre, questo perché vengono selezionate per conservare altre caratteristiche (nel caso del Mirto tarantino, ad esempio, la rusticità e le ridotte dimensioni generali della pianta). Per gli usi vari da me accennati nel post ti consiglio di far riferimento quindi al Mirto comune, quello spontaneo per intenderci.
      – Per la preparazione del liquore al Mirto si usano esclusivamente le bacche ben mature, da raccogliere in autunno inoltrato o in inverno.
      Dosi: 1 litro di alcool a 90°, 500 g di bacche di mirto, 500 g di zucchero, 500 ml di acqua, ma possono variare a seconda del gusto personale, la ricetta completa si trova facilmente in rete.
      Catone non specifica il tipo di mosto da utilizzare, bisognerebbe chiederlo a lui… scherzi a parte un’interessante storia del vino si può consultare qui:
      http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/articoli/vino.html
      Ad maiora!

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      1. ciao,ringrazio x la tua risposta celere e scusa se insisto ma,rapportandomi alla recensione ,si parlava a proposito delle foglie di mirto delle sue doti digestive per cui chiedevo se era possibile fare del liquore (anche se di sapore piu aspro come citato nel vostro articolo),grazie saluti

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      2. Nell’articolo facevo riferimento, dandolo per scontato, al Mirto rosso, liquore che si ottiene dalle bacche mature. Dalle foglie del Mirto si può ottenere un altro liquore detto Mirto bianco, questa la ricetta:

        100 g di foglie di mirto
        800 g di zucchero
        1 l di alcol
        1/2 l d’acqua

        NON USARE STRUMENTI DI PLASTICA

        dopo aver lavato e asciugato le foglie di mirto sistematele in un vaso di vetro con l’alcol.

        Chiudete il vaso rigorosamente di vetro e lasciate macerare per circa due mesi, trascorso questo tempo filtrate l’infuso.

        Preparare uno sciroppo facendo scaldare l’acqua a fuoco dolce in un pentolino e sciogliendovi lo zucchero, rimescolare costantemente affinché il composto non prenda colore, spegnere e far raffreddare.

        Unire lo sciroppo all’infuso di foglie, mescolare bene e trasferire il tutto in una bottiglia di vetro.

        Far riposare per 4 mesi, filtrare nuovamente il liquore prima di servirlo.

        (fonte: http://www.bigsardinia.com/ricetta-mirto-bianco.html)

        Una pagina interessante sulle proprietà e i benefici del Mirto la trovi qui:
        http://www.mr-loto.it/mirto.html
        Spero di esserti stato utile, a presto!

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    1. Non è improbabile, personalmente ho visto il mirto fiorire anche in inverno. A volte basta un repentino aumento della temperatura a stimolare alcune piante (rosacee in particolare) a fiorire anche fuori stagione, purché il foto periodo non scenda sotto una certa soglia. Se non dovesse trovare fiori di mirto in natura provi a rivolgersi presso un florovivaista, felicitazioni per il suo matrimonio.

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    1. Per la preparazione del liquore al Mirto consiglio l’uso delle bacche mature del Mirto comune, ma nulla osta ad usare quelle del Mirto tarantino. Ulteriori informazioni si possono trovare nella risposta ad una questione simile postami da Vincenzo (vedi sopra), saluti.

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