Cultura salentina

Hegel e la pandemia

di Dino Licci

Hegel raffigurato in un ritratto del 1831 di Jakob Schlesinger (da Wikipedia)

Ogni volta che ho dovuto definire biologicamente l’uomo, io ho usato questa frase: L’uomo è “l’animale che sa di dover morire” che praticamente significa che egli ha acquisito la capacità di astrazione che potremmo anche chiamare coscienza di sé.
Questo principio prettamente biologico cominciò a formularsi fin dal sesto secolo a.C. quando i presocratici si posero le prime domande di carattere escatologico e cercavano l’archè cioè il principio vitale da cui tutto scaturisce. Continua a leggere “Hegel e la pandemia”

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Opinioni

La necessità dell’obiettività storica per la verità nella modernità

UNA NUOVA VIA PER LA STORIA

Non fidarsi della critica se non si è convinti che sia giusta. Un invito a leggere attentamente opere e documenti per dare autenticità al messaggio formulato

di Rocco Aldo Corina

Guernica, una delle più famose opere di Pablo PicassoLa storia può cambiare le sorti della nostra vita e del mondo con l’attuazione di un progetto che non faccia ricorso a ideologismi di varia natura ma alla voglia esigente di interpretare la realtà con il tocco della modernità. Questo vuol dire che il giudizio sui fatti storici non deve compromettere la verità da essi narrata, senza la quale non è assolutamente possibile pensare al progresso. Continua a leggere “La necessità dell’obiettività storica per la verità nella modernità”

Racconti, Scrittori salentini

Mr. George Davis and his Wife- Quarto episodio –

di Lorenzo De Donno

Il Detailing

Edward Hopper, “South Carolina Morning” (Mattino in South Carolina), 1955

A quell’ora Eveline, di norma, si sedeva a un divanetto comodo del soggiorno per leggere. Infatti lei era là, immersa in un thriller avvincente, con la testa un po’ retratta fra le spalle, in posizione di difesa, immedesimata – come accadeva sempre – con il personaggio femminile del libro. Questa volta era una detective sotto falsa identità e il serial killer stava per aggredirla alle spalle. Il rumore della porta d’ingresso che si richiudeva la fece sobbalzare. Poi George si affacciò nella sala del cottage: – Ti restituisco le chiavi della tua Mini. Piove ancora, tanto per cambiare – disse, rassegnato – E inizia a fare freddo. E’ proprio un’avvisaglia d’autunno… –

Continua a leggere “Mr. George Davis and his Wife- Quarto episodio –”

Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Chi ha paura del buio?

di Pino Refolo

Pablo Picasso, La famiglia di arlecchino«E quando ci arrabbieremo, prenderemo chilometri e chilometri di corda per fare degli enormi lazi. Li lanceremo in cielo e tireremo giù una volta per tutte le stelle e quella stupida luna. Così nessuno guardando il cielo potrà più dire: che luna, che stelle, perché non c’é poesia lassù, ma soltanto scienza, chimica…» Continua a leggere “Chi ha paura del buio?”

cultura meridionale, Saggio

Fascino poetico salentino

di Rocco Aldo Corina

Convergence
ackson Pollock, Convergence (1952)

La non poesia di cui disse il Croce mi giunse al petto con affanno strepitoso nel volger dei giorni fitti di pensieri all’ombra delle lucenti rive silenziose. Mi disse di Dante non poeta, per questo sconvolgendomi lo spirito nella tristezza che mi fu amica nell’udir tali parole per lo più vaganti nel trambusto del mio cuore afflitto. Continua a leggere “Fascino poetico salentino”

Cultura salentina

Lamento in morte degli Ulivi

di Alessio Stefano

Senza immaginare che le sue parole si sarebbero un giorno malauguratamente avverate, il pittore Vincenzo Ciardo scriveva sulla rivista “L’Albero” diretta da Girolamo Comi: “Senza l’ulivo il paesaggio salentino non avrebbe senso, sarebbe una pietraia desolata, irta di pali telegrafici, perché è l’ulivo che gli dà un volto particolare, inserendosi nelle totalità del grigio dei sassi, del rosso del terreno, del bianco calcinato delle case” . Continua a leggere “Lamento in morte degli Ulivi”

Archeologia, Arte, Cultura salentina, Recensioni, Saggio, Scoperte, Storia

Nuove ipotesi su Casaranello. L’edificio, il mosaico, gli affreschi

di Gianfranco Budano

Di recente pubblicazione l’ultimo lavoro di Alessandro De Marco e Francesco Danieli, Nuove ipotesi su Casaranello, L’edificio, il mosaico, gli affreschi, per la collana Gli argonauti delle Edizioni Universitarie Romane.
La chiesa di Santa Maria della Croce, gioiello paleocristiano situato nel territorio del comune di Casarano è oggetto di studi e pubblicazioni da lungo tempo. Continua a leggere “Nuove ipotesi su Casaranello. L’edificio, il mosaico, gli affreschi”

Poesie, Scrittori salentini

(per Adùnia, ma per Totò e Paola)

di Antonio L. Verri

Comincia col dire quello che avresti voluto

fare dire capire i palchi la nuova casa

che io mi sento ormai morto anche

se a quest’ora in piazza a Martano

l’Emporio è quello che più mi attrae

Continua a leggere “(per Adùnia, ma per Totò e Paola)”

Recensioni

“La vita in altro modo”: Emilio Villa

di Cesare Minutello

Incanalare in qualche modo l’opera di Emilio Villa sarebbe come voler castrare il suo essere stato probabilmente uno tra i poeti più radicali, indipendenti, innovativi e sotto certi aspetti anarchicamente rivoluzionari nell’Italia del secondo novecento, e forse per tutto questo in parte dimenticato se non addirittura ignorato, isolato da buona parte dell’ortodossia critica più allineata al convenzionale. “ Ti chiamo a gestire questo roteante imperversante silenzioso caos la limitata tempesta del nostro indiavolato nascondimento. La ribellione dell’immagine è pronta , preparata da tempo, e non c’è misura  che si attesti ad arginarla o a liberarla”  – E.V.- Sybilla (foedus,foetus)-.   Del resto il Nostro oltre che poeta è stato artista a tutto tondo, saggista, biblista e collaboratore di numerose riviste d’arte e letteratura. Continua a leggere ““La vita in altro modo”: Emilio Villa”

Saggio

Il tempo e il divenire solo illusione

di Rocco Aldo Corina

Ebbi a dire un dì che il tempo non esiste, infatti, vivendo come eternità, «non cambia», rimane «sempre identico a se stesso», non può essere «percepito dai sensi»[1]. L’evoluzione della materia «non avviene nel tempo che non è, ma nella vita che chiamiamo immortale che nel tempo non è»[2]. In realtà «il giorno e la notte non rappresentano il tempo, ma la vita nell’eternità. Esiste quindi la vita nell’eternità, l’evolversi delle cose che non sono eternità, per cui divengono»[3]. Se perciò «la Terra non girasse intorno al sole, avremmo solo il giorno o solo la notte e la cognizione del tempo non sarebbe»[4]. Continua a leggere “Il tempo e il divenire solo illusione”

Cultura salentina

Breve storia del Salento

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Prima parte

Forse, imbattendoci in una grotta del nostro Salento, che di grotte abbonda data la sua natura calcarea, dovremmo entrarci in punta di piedi perché è proprio in quelle grotte che nasce la nostra civiltà ed è proprio in quelle grotte che potremmo rinvenire frammenti di DNA dei nostri progenitori conservati ad onta del tempo. E quand’anche il tempo avesse distrutto qualsiasi traccia organica dei nostri avi, permangono indelebili e parlanti le opere di queste creature che avevano già percorso quattro miliardi di anni di evoluzione biologica, fino ad acquisire capacità d’astrazione e capacità di trasmettere le loro esperienze attraverso la parola perché ormai forniti del centro di Broca. E parlavano anche le loro mani ormai dotate del pollice opponibile, strumenti altrettanto loquaci attraversi i quali ci sono pervenuti i manufatti e i dipinti che descrivono, come fosse un libro, la loro antica civiltà. Utensili di selce rinvenuti in queste grotte, ci raccontano una storia che parte dal Paleolitico (ben 80.000 anni fa) quando l’uomo cominciava a cacciare servendosi degli organi accessori che lo avrebbero reso invincibile. Se ci addentriamo nella Grotta delle Veneri nei pressi di Parabita, vi troveremo segni tangibili di una capacità artistica che denota capacità d’astrazione e padronanza dell’uso delle mani: le due Veneri scolpite su ossa di cavallo mostrano due donne gravide vecchie di circa 15.000 anni, segni evidenti di un primordiale culto della fertilità.

Le Veneri di Parabita

La Grotta Romanelli presso Castro e la Grotta dei Cervi di Porto Badisco, abbondano di graffiti ottenuti usando ocra mista a guano di pipistrelli e ci raccontano di scene di caccia e riti sacrificali.

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Grotta dei Cervi di Porto Badisco

Tutta la nostra costa mostra segni evidenti di civiltà scomparse, come le iscrizioni votive della Grotta della Poesia piccola in località Roca Vecchia. Spostandoci nell’entroterra invece troviamo altre testimonianze ancestrali tipiche del nostro Salento come i menhir, le specchie o i dolmen, monumenti funerari che ricordano le stele daunie, blocchi lapidei scolpiti della piana sud di Siponto presso Manfredonia. Segni inequivocabili di una certa parentela che legava la Japigia e la Daunia della Puglia settentrionale alla Peucezia della Puglia centrale e alla Messapia del nostro Salento.

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Dolmen “Li Scusi” a Minervini di Lecce

Il nostro territorio ci racconta, anche per bocca di Erotodo, la storia della Magna Grecia e le ostilità che esistevano tra popolazioni limitrofe che si contendevano il territorio. Nella decadepoli messapica (ma Wikipedia ne enumera tredici di città), erano comprese Otranto, Cavallino, Nardò, Roca vecchia, Alezio, Ugento per citare quelle più vicine a noi, ma anche Brindisi che a quei tempi si chiamava Brentesion. Taranto (Τάρας per i greci e Tarentum per i romani) fu fondata dagli Spartani nel 706 a.C. ed era in perenne conflitto con la civiltà messapica. Fu più volte sconfitta in battaglia dai Messapi alleati con i Lucani, ma questo non le impedì di fondare Gallipoli e di farne un importante scalo commerciale.

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Ci pensò Roma a decidere le sorti dei Salentini quando, avendo conquistato tutto la Puglia nel corso delle guerre contro Pirro e contro i Sanniti, che erano stanziati nell’alta Puglia oltre che in Campania, distinsero la regione in due parti avendone capito a fondo le differenze politico culturali che le contraddistinguevano . Così i Romani definirono Apulia la parte settentrionale della nostra regione abitata dai Peucezi e Dauni e Calabria l’attuale Salento, abitato dai Messapi. Della Calabria faceva parte anche Taranto che, fiera delle sue origine greche e di un’alleanza stipulata con Pirro, re dell’Epiro e nipote di Alessandro Magno, si era opposta con forza all’assedio romano, ma dovette anch’essa capitolare e diventò presidio romano dopo un ultima sconfitta subita nel 272 a. C.

A Brindisi venne riconosciuta invece la prestigiosa cittadinanza romana e divenne uno scalo importantissimo per i rapporti commerciali con il vicino Oriente e la Grecia.

Lecce, per i romani Lupiae, fu elevata da stazione militare al rango di “municipium” e cioè comunità cittadina affiliata a Roma e conobbe un periodo di notevole splendore ai tempi degli imperatori Adriano e Marco Aurelio. Il nucleo cittadino fu spostato poi di circa 3 km a nord-est e prese il nome di Licea o Litium e fu impreziosita di un teatro, di un anfiteatro  e collegata al Porto Adriano, l’odierno San Cataldo.

 

Con la caduta dell’Impero Romano d’0ccidente (476), tutta l’Italia fu sconvolta da numerose guerre fra popolazioni che scendendo dal nord o risalendo il mediterraneo, vedevano la penisola italiana come terra di conquista. Bizantini, Saraceni, Goti e Longobardi si scontrarono duramente e se dapprima i Goti sembrarono primeggiare, ben presto dovettero cedere le terre conquistate ai bizantini quando Belisario prima, Narsete poi, sconfissero definitivamente Totila, re dei Goti, durante il conflitto Gotico-Bizantino voluto da Giustiniano I (535-553).

Giustiniano I

Ma fu tregua breve: i Longobardi prima con Alboino contrastato da Costante II Eraclio, poi con Grimoaldo e suo figlio Garibaldo, riconquistarono le nostre terre, operazione completata da Romualdo, che finì per spingersi fino ad Otranto mentre i Bizantini si stabilirono nell’odierna Calabria, al tempo detta Bruzio, fondando un ducato che comprendeva anche parte della puglia settentrionale. Il Salento cedeva così il suo antico nome mentre, nel 757, Longobardi e Bizantini si spartivano il territorio pugliese: Otranto e la parte meridionale del Salento tornò all’Impero mentre il resto della Puglia fu inglobato nei territori longobardi.

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Fra la fine dell’VIII secolo e l’inizio del IX cominciarono le incursioni saracene mentre i longobardi venivano indebolirsi ad opera di conflitti intestini.

Taranto fu conquistata dai Saraceni e così Bari che divenne un vero e proprio emirato, ma riconquistata nell’871 dai Longobardi e nell’876 dai Bizantini, divenne un importante regione dell’Impero Romano d’Oriente in Italia.

Nella seconda metà del IX secolo, ancora una volta erano i Bizantini i padroni del sud Italia che fu diviso in tre “regioni”: Calabria, Lucania e Salento (che per qualche tempo si chiamò Langobardia). E proprio qui, nel basso Salento, vi fu, in quel periodo, un vero esodo bizantino tanto che nella Grecìa Salentina, permangono ancor oggi tracce di quell’antica migrazione soprattutto per una lingua (il grico) parlata in alcuni paesi (Sternatia, Martignano, Castrignano, Calimera, Corigliano d’Otranto, Zollino), che conservano ancora l’antico idioma.

Il Castello di Corigliano d’Otranto

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Intanto, intorno all’anno Mille, arrivarono in Italia i Normanni ed in particolare i cinque figli di Tancredi d’Altavilla: Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone e Umfredo (avuti dalla prima moglie, la normanna Muriella), e Roberto e Ruggero figli della seconda moglie, la nobildonna Fresinda.

I Normanni, alleatosi con i Longobardi, batterono i Bizantini in numerose battaglie. Quando Gugliemo I d’Altavilla (Braccio di ferro), s’incontrò a Melfi con Guaimario V, principe longobardo di Salerno e Rainulfo Drengot, conte d’Aversa, dalle trattative nacque la Contea di Puglia, che fu affidata a Guglielmo I.

Ma la Contea di Puglia venne a sua volta divisa in dodici baronie, ognuna delle quali fu assegnata al altrettanti capi normanni. Alla morte di Guglielmo, gli successe il fratello minore Drogone d’Altavilla che vedrà legittimata dall’imperatore Enrico III. la sua contea comprendente l’Apulia e la Calabria.

In questo bailamme di genti che si alternavano a governare la nostra terra, intervenne perfino il papa Leone IX, che, dopo complesse vicende tra cui l’assassinio di Guaimario V e la successione di suo figlio Gisulfo II nel principato di Salerno, riconobbe la Contea di Puglia, dopo aver subito una sconfitta nella battaglia di Civitate ( 1053 ) ad opera degli eserciti degli alleati Altavilla e Drengot. Egli nominò suo Vassallo Umfredo, che morì pochi anni dopo (1057) lasciando la sua eredità al fratellastro Roberto il Guiscardo .

Il Papa Niccolò II, durante il primo Concilio di Melfi nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria

Quest’ultimo, cui era stata affidata anche la tutela dei figli di Umfredo, ne confiscò invece l’eredità e venne così nominato quarto conte di Puglia e, nel giro di due anni, il suo rango sarà elevato allo status ducale.

Così cominciò la dominazione normanna e, di conseguenza, la fine del dominio bizantino.

E fu proprio in questo periodo che la nostra Lecce vide estendere il suo territorio fino a diventare capitale del Salento. I Normanni attuarono numerose riforme politiche e amministrative, organizzando inoltre la difesa del territorio che fortificarono attraverso la costruzione di terrapieni aventi sulla sommità una torre di avvistamento.

Al Guiscardo successe suo figlio Ruggero Borsa e quindi suo nipote Gugliemo che si rivelò un governante debole quanto suo padre, poi fu la volta di poi di Ruggero II, alla morte del quale, nel 1154, salì sul trono del regno di Sicilia  il figlio Guglielmo I, detto il Malo che, alleatosi con il papato, lottò contro i feudatari ribelli che si erano rivolti all’imperatore di Germania Federico Barbarossa. La lotta contro il Barbarossa fu continuata da suo figlio Guglielmo II, detto il buono, che gli successe dopo un breve periodo di reggenza della madre Margherita di Navarra.

Federico Barbarossa

Dai Normanni agli Svevi

Sconfitto a Carsoli, Guglielmo II stipulò col Barbarossa una tregua e, per consolidarne l’accordo si ricorse a due matrimoni:

Guglielmo II sposò Giovanna figlia di Enrico II d’Inghilterra, di casa d’Angiò e sua zia Costanza d’Altavilla ( figlia di Ruggero II) sposò Enrico VI, figlio dell’imperatore. Guglielmo II  fu l’ultimo discendente maschio degli Altavilla sul trono di Sicilia, infatti morì senza eredi. Alla sua morte (1189), dopo il breve regno di Tancredi di Lecce,  Enrico VI di Svevia conquistò il regno a nome della moglie Costanza  e mise fine alla dinastia normanna (1195). Dopo la morte di Enrico VI, fu il figlio Federico II, lo “stupor mundi” , a continuare la dinastia sveva.

Federico II di Svevia

Siamo nel periodo delle crociate cui anche i normanni avevano preso parte ma Federico, era piuttosto scettico su queste scelte come sappiamo. Comunque fortificò la Puglia e Castel del Monte (oggi patrimonio mondiale dell’Umanità) ne è una prova tangibile anche se incerto è l’uso cui venne destinato. Comunque Federico II regalò grande prestigio alla Puglia, specialmente a Foggia, Bari e Brindisi, ma fu scomunicato da Gregorio IX durante la crociata  del 1227 con l’accusa di essere sceso a patti con il sultano Al Kamil.

Castel del monte

Federico II cercava invece di ottenere con la diplomazia una pace fra le genti di diverse culture da cui attingeva saggezza ma non fu capito e, quando morì, nel 1250, nominò Principe di Taranto suo figlio Manfredi. Nel 1266 Manfredi fu sconfitto nel corso della Battaglia di Benevento da Carlo I d’Angiò, e la città fu affidata al Principe Filippo I d’Angiò.

Intanto, intorno al 1380, Raimondo Orsini Del Balzo che tornava dall’Oriente, dopo essersi impossessato di alcune terre appartenenti al padre Nicola Orsini, si alleò con Luigi I d’Angiò, riuscì ad ottenere i beni che gli spettavano per eredità, e sempre su consiglio dell’angioino, sposò nel 1384 la Contessa di Lecce Maria d’Enghien.

A Lecce al tempo regnava l’ultimo normanno, Tancredi, figlio naturale di Ruggero II di Puglia e di Emma, figlia di Accardo II, conte di Lecce. La figlia di Tancredi, Elvira Maria Albina aveva sposato Gualtieri III di Brienne e così la contea di Lecce passò a questa famiglia e nel 1384 a Maria D’Enghien (erede delle famiglie d’Enghien e Brienne), in quanto figlia di Giovanni d’Enghien e nipote di Isabella di Brienne. Ma vediamo in dettaglio chi era la Contessa di Lecce:

Maria D’Enghien

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“ Non me ne curo, ché se moro, moro da regina”

In questa breve ma significativa frase, è racchiusa tutta la personalità di Maria d’Enghien, che potremmo definire sposa devota, madre affettuosa, o piuttosto contessa, regina, guerriera, mecenate e oculata amministratrice della giustizia e della cultura salentina. Un modello femminile di straordinaria vitalità dotata di un carisma tale da consentirle di essere amata e ammirata anche fuori dei propri feudi quando, divenuta sposa di Ladislao, come fra poco vedremo, si trasferì a Napoli dove riuscì, ad onta di quanti la descrivono schiava e succuba del marito, a godere di una certa libertà ed avere anche una certa influenza sulla politica partenopea, almeno finché Ladislao visse.

Figlia di Giovanni d’Enghien, Conte di Lecce, e Sancia del Balzo, Maria d’Enghien divenne  Contessa di Lecce (comitissa Licii ), ancora giovinetta, alla morte del fratello Pietro. La sua nascita che si può datare intorno al 1367, avvenne a Lecce in un periodo politicamente e militarmente burrascoso laddove il Regno di Napoli era sconvolto da una spaventosa guerra civile tra due opposte fazioni: da una parte il Papa Urbano VI e Carlo III d’Angiò Durazzo, Re di Napoli, dall’altra l’Antipapa Clemente VII e Luigi I d’Angiò Re di Francia, che avanzava pretese sul feudo partenopeo.

Memore delle origini francesi del suo casato, Maria si schierò affianco del suo sovrano Luigi I d’Angiò, che, a garanzia della sua lealtà, volle darla sposa ad un guerriero potentissimo di cui si fidava ciecamente: Raimondo Orsini del Balzo. Le nozze furono celebrate a Lecce nella seconda metà d’agosto del 1385, ma non fu solo un matrimonio d’interesse e calcolo politico, ma anche un matrimonio d’amore. Maria, pienamente ricambiata, fu sposa amorevole di quest’uomo tanto valoroso quanto ambizioso, sostenendolo nelle sue battaglie politiche e militari e gli donò quattro figli; Maria, Caterina, Giovanni Antonio e Gabriele. Raimondino, come affettuosamente veniva chiamato il principe, ad onor del vero, usò una tattica doppiogiochista schierandosi alternativamente al fianco di una delle due fazioni che si contendevano il potere sulle città salentine, salendo sempre, come suol dirsi, sul carro del vincitore, ma questo discutibile comportamento gli valse l’investitura a Principe di Taranto nel 1399. Titolo di cui poté godere solo pochi anni perché, nel 1406, egli improvvisamente morì e sulle spalle di Maria si riversò la responsabilità di difendere Taranto dagli attacchi di Ladislao, discendente di Carlo III e divenuto re di Napoli a soli undici anni di età. Quest’ultimo marciava verso la Puglia a capo di un potentissimo esercito e non esitò ad usare la nuova arma, il cannone, contro una Taranto che strenuamente si difendeva dai suoi assalitori con Maria stessa a capo di un manipolo di guerrieri, che eroicamente difendevano la loro città.

La contessa combatteva al loro fianco indossando un’armatura che nascondeva una donna ambiziosa e molto determinata a raggiungere i suoi fini. Quando Maria capì che i soccorsi degli Angiò cui aveva chiesto aiuto, non sarebbero arrivati in tempo ad evitare un grande spargimento di sangue, accettò la proposta della parte avversa anch’essa sfiancata dall’interminabile contesa.

Ladislao le proponeva di accettare, sposandolo, il titolo di regina. I consiglieri della contessa la sconsigliarono in verità di accettare, stante le morti misteriose delle due precedenti mogli di Ladislao, ma l’ambizione o forse l’amore per l’avvenire dei figli, contribuirono a rinforzare la sua decisione ed è in questa circostanza che l’ormai futura regina pronunciò la famosa frase:

“ non me ne curo, ché se moro, moro da regina”.

Così Maria si trasferì a Napoli dove fu bene accolta dai suoi sudditi ma, seppure riuscì a condizionare in parte la politica di Ladislao, detto il Magnanimo, i rapporti con il marito non furono sempre serafici, tanto che ella si trovò presto costretta a convivere con le amanti di lui.

Morto Ladislao nel 1414, il regno passò nelle mani di sua sorella  Giovanna II, donna ambiziosa e tanto crudele che non esitò ad imprigionare la nostra Maria che solo un anno dopo poté essere liberata ad opera di Giacomo della Marca,  tornando così in possesso della contea di Lecce  ed ottenendo nel 1420 il principato di Taranto per il figlio Giovanni Antonio.

Ed è in questi ultimi anni che dimostrò ancor più le sue capacità di amministratrice ed è a lei che si deve l’emanazione degli

Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii.

Ma fu anche amante delle arti, oltre che fervente cattolica ed amante del popolo della sua città d’origine. Fu lei, fra l’altro a commissionare a Francesco d’Arezzo i magnifici affreschi che abbelliscono la basilica di Santa Caterina d’Alessandria in Galatina:

Tale basilica fu eretta per volontà del marito Raimondo, folgorato da un suo pellegrinaggio compiuto sul monte Sinai dove sorge il celebre convento di Santa Caterina appunto e la  Grotta di Mosè, dove si suppone che Mosè avesse sostato per ricevere le tavole dei Dieci Comandamenti.

Proprio a Galatina si può ammirare un ritratto di Maria che, alla sua morte, fu sepolta nel vecchio monastero di Santa Croce in un catafalco con un’ arca mortuaria che secondava le fattezze del suo corpo e che contornava l’immagine della bella contessa con i simboli delle quattro virtù cardinali e le tre virtù teologali quasi a tramandare ai posteri non solo l’immagine del suo piacevole aspetto fisico, ma anche e soprattuto le sue doti di instancabile propugnatrice di fede e carità cristiane.

In seguito il vecchio monastero fu distrutto per volontà di Carlo V che edificò, sulle sue rovine, il possente castello che ancora oggi possiamo ammirare, ma ciò che mai nessuno dovrà distruggere, è il ricordo che ogni leccese, ogni buon salentino, deve avere di questa donna coraggiosa e capace, che, con l’amore per l’ambiente e per la cultura, ha abbellito tutto il Salento di degne opere d’arte, propugnando anche il rispetto per la nostra terra come neanche oggi si riesce più a fare.

Alla morte di Maria d’Enghien (1446) la contea di Lecce passò al figlio Giovanni Antonio Orsini del Balzo, che intanto aveva ereditato nel 1420 il principato di Taranto, per poi confluire, dopo il 1463, nel Regno di Napoli, stante le pretese del re Ferrante in persona che, alla morte di Giovanni Antonio, come marito di una sua nipote, si autonominò erede delle ricchezze dell’Orsini.

Gli Aragonesi a Lecce

Ferrante concesse a Lecce molti benefici tanto che la città divenne sede d’importanti uffici giudiziari, furono eliminati tutti i grandi feudatari per modo che Lecce dipendeva direttamente dalla corona tramite un governatore.

Il “Sedile” a Lecce

Lecce divenne così un grande centro commerciale molto frequentata da mercanti Ragusani, Genovesi e soprattutto Veneziani che crearono proprio qui una loro colonia comprensiva di un chiesetta con il simbolo del Leone di san Marco nella piazza del mercato (l’attuale piazza Sant’Oronzo). Anche il Sedile è opera loro mentre il grandioso Castello fu opera di Carlo V che volle fortificare la città durante le incursioni turche guidate dai Turchi guidati da Ahmet Pascià, che costarono la vita agli ottocento martiri Otrantini, come ben sappiamo. Ma dal 1571, quando, con la battaglia di Lepanto, fu definitivamente allontanata la minaccia delle incursioni da parte dei Turchi, fiorì a Lecce una sorprendente attività artistica che vide sorgere numerosissime chiese e palazzi signorili arricchiti da quel barocco che avrebbe adornato tutta la città come un enorme ricamo. E non si possono non ricordare gli architetti artefici di tanta bellezza che infatti riportiamo:

Giuseppe Zimbalo, Giuseppe Cino, Gabriele Riccardi, Francesco Antonio Zimbalo, Gustavo Zimbalo, Cesare Penna, Mauro Manieri ed Emanuele Manieri

Lecce divenne, per volere di Carlo V capoluogo dell’intera Puglia e divenne sempre più bella, ricca di opere d’arte d’ineguagliabile splendore.

La Basilica di Santa Croce a Lecce

Ma, agli inizi del XVII secolo, la situazione cambiò: l’attività agricola era in mano alla nobiltà e al clero che non seppero gestirla tanto da determinare un’insurrezione popolare che si accompagnava ai moti di Napoli del 1647. La rivolta fu sedata dal duca di Conversano e Nardò Giangirolamo Acquaviva che, pare, con l’occasione, abbia eliminato molti sacerdoti ed avversari politici. Intanto la terribile epidemia di peste del 1656 mieté moltissime vittime nel regno di Napoli ma non in terra d’Otranto che rimase miracolosamente indenne dalla catastrofe. I leccesi attribuirono all’intervento trascendente di Sant’Oronzo la loro salvezza e lo nominarono patrono della città e dell’intera provincia.

I Borboni a Lecce

Nel 1734 la Puglia, con la famosa battaglia di Bitonto passò, insieme al resto del Regno di Napoli dagli Asburgo ai Borboni. Insomma erano le grandi famiglie a spartirsi l’intera Europa e soltanto la Chiesa aveva il potere di contrastarle quando non se ne faceva delle alleate. Comunque il primo re borbonico in Italia e quindi nel nostro Salento, fu Carlo III che presto cedette il posto a Ferdinando IV perché attratto dagli affari spagnoli. Con i Borboni si ebbe un periodo di crescita economica e culturale mentre si limitavano i privilegi del clero e soprattutto dei Gesuiti cui furono requisiti ingenti patrimoni. Quando poi il tornado napoleonico investì la nostra Regione, furono attuate importanti, positive riforme come la conversione dei conventi e locali religiosi in locali capaci di ospitare gli uffici pubblici. In particolare a Lecce il convento dei Celestini fu destinato all’Intendenza, il collegio dei padri Gesuiti agli uffici giudiziari, il Monastero dei Teatini a caserme e uffici municipali.

Questa ondata di riforme fu continuata dal cognato di Napoleone, Gioacchino Murat, che abolì il feudalesimo e rese più equa la distribuzione dei latifondi.

Gioacchino Murat

Ciò non impedì che la nobiltà godesse ancora di molti privilegi e potere persino dopo la spedizione dei Mille e l’Unità d’Italia. Dopo questa ventata napoleonica, con la restaurazione, i Borboni tornarono a Napoli con Francesco II che però cadde quando Garibaldi e i Savoia invasero tutta l’Italia meridionale defraudandola di tutte le loro ricchezze. Una pagina di storia che a mio avviso dovrebbe essere completamente revisionata come ho avuto già modo di scrivere ampiamente. E’ in questo periodo che prese piede il fenomeno del brigantaggio che forse, nelle sue frange più estremiste, snaturò la sua funzione di opposizione all’invasore, per creare i prodromi di ben altre pericolose associazioni.

Il resto è storia attuale e credo sarà necessario ritornarci con calma e neutralità per descrivere i tanto importanti avvenimenti che ci hanno riguardato da vicino anche in senso temporale, da Giolitti a Mussolini, da Berlusconi e Renzi, che fa la storia anche in questo giorni mettendo in crisi il governo Conte in piena pandemia.

Sono costretto a fermarmi qui . Non sarei oggettivo nel descrivere i nefasti avvenimenti cui sono costretto ad assistere, i peggiori, politicamente parlando, da quando sono in vita. Dino Licci.