Personaggi

Diario di un curato di città. In memoria di don Salvatore Martalò

don-salvatore-a-cavallo-della-sua-bicicletta Ci sono preti e Preti. C’è chi ha fatto del proprio ministero sacerdotale una miniera d’oro per sé e per i propri familiari e chi, al contrario, è stato “cristiano di oro” (come si direbbe in una tipica espressione salentina), soprattutto per i poveri e gli emarginati. Nella seconda categoria luccica la figura di don Salvatore Martalò, scomparso il 26 novembre 2016. Era nato a Galatone il 21 gennaio 1927 da Pasqualino e Pigia Gatto, sagrestani del santuario del SS. Crocifisso. La povertà della sua famiglia, ricca di ben altri valori, non l’aveva messa da parte neppure quando – ultimati gli studi seminariali di Nardò e Molfetta – era stato ordinato presbitero, il 23 luglio 1950. Il vescovo Francesco Minerva, che l’aveva consacrato prete, lo volle vicerettore nel seminario minore di Nardò; incarico che mantenne per due anni, finché il nuovo presule neretino Corrado Ursi (futuro cardinale arcivescovo di Napoli), lo nominò viceparroco della neonata parrocchia di Santa Lucia (in seguito fusa nel “Sacro Cuore”) nel 1952. Canonico dell’Insigne Collegiata di Maria SS.ma Assunta, sempre nella città natia, nel 1962 è inviato come primo parroco in San Francesco d’Assisi, presso l’antica chiesa dei Cappuccini. Servirà la sua comunità per quarant’anni, fino al 2002, rimanendone umile collaboratore pastorale – con i quattro parroci successori – fino alla morte.

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Don Salvatore con Francesco Danieli durante il rito del caffè

Letto fin qui, questo potrebbe apparire il normale “coccodrillo” col cursus honorum di un prete come tanti. Dov’è dunque la particolarità che fa di papa Tore un profeta e un pioniere? Fu lui, agli inizi degli anni ’60 del Novecento a farsi carico delle vicende umane di centinaia di emigranti galatonesi e salentini che, spinti dalla miseria, varcarono i confini nazionali per cercare fortuna perlopiù in Svizzera, Germania, Francia e Belgio. Li andava a trovare periodicamente, aiutandoli a sentirsi meno soli e lontani. Un problema di grande rilievo, all’epoca, era costituito dalle sorti dei bambini che molti genitori, “profughi” nostrani, erano costretti a lasciare in paese, impossibilitati a prendersene cura oltralpe soprattutto a causa degli estenuanti turni di lavoro in fabbrica. Nacque per rispondere a tale impellente necessità l’Istituto del Fanciullo, un luogo in cui don Salvatore ed alcune educatrici si presero cura amorevolmente di questi ragazzini. Per costruire la struttura, il buon parroco non esitò a vendere i pochi beni personali e familiari di cui era in possesso e ad inguaiarsi in debiti e cambiali, pagati fino all’ultimo spicciolo di tasca propria e con l’aiuto di gente del posto dal buon cuore (non finiva di ripetermi quanto avesse fatto per lui mio nonno paterno, Agostino Danieli!), nell’indifferenza di civici amministratori e di confratelli sacerdoti.

Negli anni seguenti fu pure assistente ecclesiastico delle ACLI, spendendosi in prima persona nella formazione professionale dei giovani e favorendo l’ingresso di molti di essi nel mondo del lavoro. Amante della cultura nelle sue più svariate forme, abilissimo nel disegno, discreto organista, ha sostenuto la conservazione e il restauro di numerosi beni artistici appartenenti alla sua parrocchia e ha curato, senza troppe pretese, varie interessanti pubblicazioni.

Al momento della sua rimozione da parroco nel 2002 – per raggiunti limiti di età – fu un colpo al cuore per molti la notizia che il vescovo del tempo – sanumitoccu! – gli aveva ingiunto di lasciare al più presto l’appartamentino di pochi metri quadri in cui abitava, affianco all’istituto da lui fondato. Dove cacchio doveva andare un vecchio prete squattrinato, che tutto aveva speso per quella Chiesa che ora sembrava dargli il peggior ben servito? Qualche saggio consigliere stoppò quel vescovo dal porre in atto un crimine così mostruoso, ma nel frattempo la fede, l’obbedienza e l’amore per la Cristo e la Chiesa di questo umile servo di Dio non vacillarono di un millimetro. In quelle quattro mura continuerà ad accogliere, fino alla fine dei suoi giorni, i “poveri Cristi” e gli “scemi del villaggio”, da molti sbeffeggiati e derisi, ma preziosi ai suoi occhi.

Sempre avvolto nella sua veste talare nera e ancorato alla vera Tradizione, ha incarnato – precedendolo e attualizzandolo – il vero spirito del Concilio Vaticano II, ovvero quello di una Chiesa che si apre sul mondo, che ha a cuore le sorti dell’Uomo, che se ne prende cura. Per tali motivi, questo modernissimo prete all’antica è stato a pieno titolo l’ultimo “curato”, nel senso più letterale del termine: un pastore “in cura d’anime” e di corpi, come pochi se ne vedono ultimamente!

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