Gastronomia, Tradizioni

Natale salentino

Addobbo natalizio nell'anfiteatro leccese
Aria di Natale nell'anfiteatro leccese (foto Gianfranco Budano)

Secondo la tradizione dopo il giorno di Santa Lucia (13 dic.), le famiglie si davano un gran da fare per addobbare l’albero di Natale e costruire il presepe.

Il Natale era una festa molto sentita in ambito familiare, un giorno particolare non solo per il fatto religioso in sé ma proprio perché era l’occasione per stare insieme lontani dalle fatiche e dagli impegni quotidiani. Quel senso di calore, di vicinanza e di famiglia rendeva la festa molto speciale ed era proprio in occasione di essa che pure la tavola si vestiva a festa imbandendola di quelle prelibatezze che nel corso dell’anno erano economicamente quasi proibite. I dolci, cartellate e struffuli col miele e gli anesini, il baccalà, gli spaghetti con le alici, le rape ‘nfucate (ossia cotte nell’olio fatto), le pittule e così via, caratterizzavano il cenone della vigilia.

Esso seguiva al digiuno che, sempre secondo la tradizione, doveva rispettarsi sino alla sera quando tutta la famiglia era obbligata a riunirsi a tavola dopo aver commemorato, di fronte al presepe, la nascita del Bambinello. Era in questa occasione che si vedeva strisciare, per le stanze della casa, un piccolo serpentello di familiari che portava in religiosa processione la statuetta del Bambin Gesù. Ci si accompagnava con le preghiere e con l’immancabile “Tu scendi dalle Stelle” mentre dalla strada saliva, quasi contemporaneamente, il fracasso dei tricchi-tracca (onomatopea che vuole significare il petardo scoppiettante). Per tutto il giorno il fuoco dei cantuni (camini) era mantenuto vivo mentre le lampade traboccavano di olio perché, si diceva, de Natale puru lu focu s’á bbinchiare (a Natale anche il fuoco si deve saziare). I nostri nonni consideravano quell’innaturale senso di appagamento alimentare come un sintomo di eccezionale benessere tanto favoloso da trasmetterlo allo stesso fuoco e alle stesse lampade che, per l’appunto, dovevano bbinchiarsi (saziare). Il Natale assumeva così le caratteristiche di un giorno tanto diverso e tanto distante da quel solito mondo di privazioni e di stenti quotidiani con i quali le nostre famiglie frequentemente nell’anno dovevano confrontarsi. Questa grande cena durava sino alla mezzanotte quando il rintocco delle campane segnava l’inizio della messa nella vicina chiesa dove immediatamente si dirigevano gli astanti. Essi stessi, però, lasciavano la tavola imbandita perché credevano che in quella notte i loro morti, ritornando sulla terra, avrebbero preso posto e mangiato e goduto  di quelle rare e prelibate letizie di Natale.

Non era però solo la cena a riunire la famiglia ma anche il presepe che attraeva specialmente i bambini di casa perché, come scrive lo storico magliese Emilio Panarese nei suoi ricordi della fanciullezza, «il presepio ci attraeva perché era il nostro presepio, un presepio fatto di niente, che alle deboli luci di due lumini, con quei rametti di mortella e di ginepro e i pani di molle muschio, assumeva l’aspetto di un paesaggio vero, l’aspetto delle cose umili godute con trepida gioia». Ed era poi sempre intorno al presepe che i bambini, secondo la stessa tradizione di Terra d’Otranto, erano soliti intonare dei favolosi canti. Si trattava di brevi e agili componimenti dialettali in rima doppia, espressione di genuinità e spontaneità popolare, mandati a memoria per l’occasione ed eseguiti a ritmo. Uno di questi dal titolo La notte de Natale, bona festa principale!, così rimava:

Fusci, fusci, cummare Giuvanna / ca è ffiata la Madonna, / à fattu nu bambinu / jancu e russu comu milu, / cu lli rasci de lu sule. Li dicimu tre parole: / “Latta, latta, Bambinu meu, / ca lu latte nun è meu / ma è du Padre Eternu / lu criscimu bellu bellu /

Bambineddu  zuccaratu / piccineddu nnmuratu / tu si nnatu pe’ ll’amore / Bambineddu rrubbacore / me rrubbasti lu core meu / Bambineddhu sposu meu/, Ku Bambinu camina pe casa / la Madonna lu zzica e lu vasa / San Giuseppe cu ll’ochi d’amore / lu zucca, lu vasa e lli dona lu core/.

Pasturella, pastorella / cconza, cconza la buffettella / minti pane e minti vinu / c’à mangiare Gesù Bambinu. / San Michele è sciutu an celu / pe ssunare le campane / l’è cchiau sunate del la Madonna de la Pietate /

La notte de Natale / bona festa principale / ca’ nascìu nostru Signore / inta na povera mangitura / cullu bove e l’asinellu / San Giuseppe lu vecchiarellu / la Madonna picculilla / comu fata e comu stilla / comu stilla e comu fata / comu rosa spampanata/.

Scinne n’angelu de cielu / cu na janca vestitura / Palumbella, palombella / cce sta porti intra lu pizzu?/ Portu zuccuru e cannella / pel u Battesimu de Cristu/

Quannu Cristu bbattezzau / tutti l’angili chiamau./ E chiamau lu tata meu / nu Paternosciu e nn’Agnusdeu. / E chiamau la mamma mia / nu Paternosciu e nn’Avemmaria. / E chiamau tutti i puareddhi, / e nu piattu de vermiceddi. / E chiamau tutti li Santi / nu Paternosciu a tutti quanti. / E chiamau puru li carusi / nu mustazzune intra li musi!/.

Bona sera, Bambineddu meu / lu sindacu de Maje me mannau / cu tte mangi ste ricuttedde / bona sera, Bambineddu meu, / e mangi pasuli cu lu sale?/ Ca jou nu tegnu gnenti cu tte dau / ci oi gnenti de lu paese menu / bbona sera, Bambineddu meu!

Ora il Natale ha assunto sempre più la connotazione di una festa commerciale tipicamente consumistica caratterizzata da cene, bancarelle e shopping sfrenato. Il ricordo di una tradizione come questa può sembrare una voce stonata nel coro della modernità ma se siamo coscienti che la storia ci aiuta a comprendere il presente non sarà difficile constatare come le tradizioni siano le radici della nostra cultura e della nostra identità. Per questo motivo saranno diversi gli occhi con i quali osserveremo le tante luci accese a Natale e sarà anche diverso lo spirito col quale ci avvicineremo ad un cenone se saremo coscienti che la luce, il fuoco,  il banchetto e il culto dei morti fanno parte del millenario retaggio culturale del nostro Salento.

a Nino P.

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8 pensieri riguardo “Natale salentino”

  1. Mi sono riscaldata al ricordo di un culto tradizionale e famigliare … fuoco e banchetto che speriamo tornino a rivivere negli animi puri, semplici e “domestici” della nostra società.

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  2. Grazie, Vincenzo, per l’immeritata dedica: non so come esprimere la mia riconoscenza per tanto onore.

    E’ tutta questione di luce, caro Vincenzo! Se ognuno di noi e tutti insieme non ritroveremo quella luce che riscalda l’an ima, abbandonando egoismi, arrivismi, manie consumistiche e la rincorsa ad un potere sfrenato facendo come nostro dio il DENARO, è inutile avvicinarci al cenone di cui tu con semplicità e garbo letterario ne mitizzi il ricordo, ricostruendo atmosfere irripetibili, fiabe che ti rimandano a tempi d’innocenza e di pace.
    Senza quella luce è inutile lo stesso cenone, tanto nella nostra opulenta società ogni sera è CENONE.
    “La luce, il fuoco, il banchetto e il culto dei morti fanno parte del millenario retaggio culturale del nostro Salento”.
    E a noi – incapaci di riannodare i fili, o meglio acchiappare i fili di questi culti e magari ad essi legarci con più giri di catene – , a noi, che sappiamo tutti ricostruire le atmosfere del passato ma non riusciamo a ritrovare le stesse purezze e quindi l’umiltà di cuore con la quale vivere il presente, a noi in quali dinamiche cultuali ci collocherà la Storia?
    Oggi ci si interroga su tutto: interroghiamochi anche su questo!

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  3. Caro Daniela,
    le tue parole di apprezzamento mi rendono davvero felice. Grazie della tua costante attenzione ai miei modestissimi scritti.
    Un abbraccio fraterno

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  4. caro Vincenzo hai perfettamente ragione,purtroppo il consumismo ha una forza tale da modificare/annullare le nostre tradizioni che come giustamente sottolinei sono anche le nostre radici.
    Ma comunque è da un pò che vedo segnali di controtendenza chissà forse per la crisi economica.
    Come sempre bravo,ottimo articolo,ciao alla prox.

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  5. RICORDI NATALIZI

    Per il ragazzo di ieri che scrive, le reminiscenze collegate al Natale sono naturalmente molteplici, sia come numero, sia come genere e contenuto: circostanze, azioni, vicende e sensazioni indubbiamente pregnanti, ma, per la verità, nient’affatto trascendentali.
    Nella mia lontana infanzia, la festività della venuta al mondo del Bambinello aveva la sua configurazione centrale nell’allestimento in casa, per opera materna, di un piccolo e rudimentale presepe, fatto di vecchi cartoni modellati a grotte e montagnole, colorati di vernici e, alla fine, ricoperti di muschio e di polvere di calce. Nella stalla della nascita, le tradizionali statuine del Pargolo e, intorno, la Madonna, S. Giuseppe, il bue e l’asinello, con la graduale aggiunta, quando le finanze familiari lo consentivano, d’altre effigi, vale a dire Magi, pastori e pecorelle.
    Momento religioso fondamentale era la Messa di mezzanotte, con il Salvatore portato in processione lungo il perimetro interno della chiesa – oddio, fredda quasi come la grotta di Betlemme, e però nessuno sembrava curarsene – gelosamente nella mani del vecchio Parroco e preceduto da uno stuolo di bimbe e ragazzine vestite di bianco e con elementari coroncine sul capo, a guisa d’angeli, frutto, l’insieme, delle amorevoli cure della signorina Nena.
    I regali per i piccoli a casa? Molto poveri e spartani, come i doni recati a Gesù, vale a dire una pigna e un’arancia a ciascuno. A tavola, niente panettoni o torroni (prodotti del tutto sconosciuti nel paese natio), ma solo una coppa di “pittule” bagnate nel miele e qualche altro semplice dolce, sempre di preparazione materna.
    Prerogativa tipica del pranzo, poi, le letterine scritte dai già scolari e infilate sotto il piatto del papà, recitanti, in poche righe, montagne d’impegni e promesse che però, di solito, non avevano attuazione concreta, eppure abituavano al concetto dei buoni propositi.
    Intanto che si mangiava, ogni anno, puntuale come un orologio svizzero, si materializzava il passaggio per strada – a cavallo di una bici sgangherata recante una sporta di vimini appesa al manubrio – di un omino proveniente da un piccolo centro del Capo di Leuca distante una decina di chilometri, il quale si annunciava con il grido – sospeso nell’aria, sincopato e sommesso – di “càrtine, pétrine!” (attenzione alla posizione degli accenti).
    Chiarendo, quel velocipedista venditore proponeva, di contrabbando, dei rettangolini di carta sottili (cartine) raccolti in minuscole bustine, con cui era dato di fabbricare, privatamente e ovviamente in maniera non lecita, le sigarette, affrancandosi, in tal modo, dall’onere di acquistarle dal tabaccaio. Inoltre, microscopiche pietrine, cilindretti di cerio e ferro, che, a, loro volta, inserite negli accendini, generavano, con il semplice sfregamento, le scintille sufficienti a infuocare e accendere le sigarette, come anzi arrotolate a mano; così, si risparmiava anche l’acquisto dei mitici zolfanelli.
    Veleggiando sulle onde del tempo, fra le date del Natale che mi hanno lasciato dentro le impronte più profonde, mi sovviene il 25 dicembre 1965 con mia moglie e Pier Paolo appena arrivato e quello immediatamente successivo, orfano del sorriso della mia ancora giovane mamma.
    Quindi, agli sgoccioli dello scorso millennio, il Natale che, appena sveglio, ho voluto dedicare, prima ancora che a qualunque altra persona o atto, alla visita in ospedale ad un amico sottopostosi ad un delicato intervento chirurgico, al quale, nell’occasione (unica volta nella mia vita), mi sono peritato di radere la barba. Intanto che vado riferendo quest’ultima scena, credo che il mio amico, da lassù, mi dica ciao con un sorriso.
    Infine, il Natale 2005, contraddistinto, oltre che dalla consueta riunione di tutta la famiglia d’adulti, anche dalla presenza del mio primo e diletto nipotino Paolo.
    Ho riferito una piccola sequenza di ricordi natalizi lontani e recenti, forse fuori dagli abituali schemi, se non, addirittura, completamente atipici: di ciò, chiedo umilmente venia, assicurando, ad ogni modo, che, nell’esprimere queste righe, ci ho messo il cuore.

    17 dicembre 2009
    Rocco Boccadamo
    Lecce
    e.mail: rocco_b@alice.it

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    1. Caro Rocco,
      “[…] le reminiscenze collegate al Natale sono naturalmente molteplici, sia come numero, sia come genere e contenuto: circostanze, azioni, vicende e sensazioni indubbiamente pregnanti, ma, per la verità, nient’affatto trascendentali[…]”.
      Mi permetta di esprimerle il mio disappunto.
      Mi sembra ovvio che la sua esperienza personale non sia sufficiente a documentare e sconfutare il “nulla di trascendentale” perchè sono proprio le abitudini da lei descritte che, seppur vissute con disinvltura e semplicità così come sono entrate ormai nel nostro modo di vedere e vivere il Natale, hanno tuttavia alla base una tradizione cultuale e culturale più che millenaria. Non è la “trascendenza” della cartellata mangiata a Natale o del fuoco acceso durante la festa ma è la presa di coscienza che quel gesto così comune, così naturale è alla base un richiamo all’atavica orgia alimentare o al culto del fuoco(solo per fare un esempio). Tradizioni pagane e salentine, II-III sec., entrate nei nostri culti e oggi senza più un minimo di importanza storica (v. Rivera 1998, v. Frazer 1965 solo per fare degli esempi).
      Avevo necessità di chiarire quest’aspetto che forse, sarà stato poco enfatizzato nell’articolo.
      La ringrazio per l’attenzione posta al mio scritto e spero di rileggerla ancora.
      Buon Natale
      Vincenzo D’Aurelio

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