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La verità di un simbolo nella poesia del Pascoli

di Giuseppe Diso

G. Diso, Giovanni Pascoli, olio su legno, cm 70x80
G. Diso, Giovanni Pascoli, olio su legno, cm 70×80

La raccolta Myricae di Giovanni Pascoli, pubblicata nel 1891, fu una silloge variabile nel numero delle liriche che dalle 22 iniziali   arrivò a comprenderne ben 156 nell’edizione definitiva del 1903.  Pascoli si ispira a temi umili, come le umili tamerici del virgiliano  “ arbusta iuvant humilesque myricae”, piccoli cespugli di campo in sintonia con quella realtà campestre da sempre vagheggiata del poeta come nucleo mitopoietico della propria  ispirazione, “dimora vitale” alla quale attingere per intrecciare i temi della vita con quelli dei campi, dei fenomeni atmosferici, della realtà quotidiana filtrata dagli apparenti  toni dimessi di un uomo lacerato dal dramma storico della morte del padre, che al padre cerca di ritornare attraverso la ricomposizione memoriale del ciclo acrono degli eterni ritorni per ricostruire, attraverso l’esorcismo di suoni-parole-simboli, la dimora vitale del nido distrutto dalla malvagità della storia e dell’uomo.

Altrettanto nota la sperimentazione linguistica pascoliana da un punto di vista metrico e ritmico, noti i suoi fonosimbolismi e la corrispettiva struttura polisemica dei significati, della parola risemantizzata in bellezza da suoni-immagine, delle analogie che stratificano e rimescolano cortocircuiti di senso per liberare vibranti sinestesie, ebrezze di vertigini astrali, fanciulleschi  e solo apparenti non sense.

« Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro Giosuè Carducci, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra […] »
(G. Pascoli – da Il fanciullino)

Sulla scia di fine secolo contrassegnata dall’esaurirsi della fede nel Positivismo, Pascoli esprime tendenze prevalentemente spiritualistiche e idealistiche in sintonia con la poesia europea contemporanea decadente. Pur non partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell’epoca, il poeta fece sue molte idee del decadentismo europeo, soprattutto accettò la tesi della sfiducia nella scienza la quale, secondo il poeta, non sarebbe stata capace di svelare il mistero della vita e dell’universo, quindi di vincere la morte. Le trasformazioni politiche e sociali alla fine dell’Ottocento, prodromiche della catastrofe bellica europea, accentuarono in Pascoli, già provato emotivamente e psicologicamente dalle note vicende familiari, quella condizione di insicurezza e pessimismo che lo condussero ad una fase di depressione e all’abuso di alcool, come riferisce lo stesso poeta in alcune lettere. Soprattutto in questa fase la poesia rappresenta per il poeta l’unico rifugio possibile dai mali del mondo, condizione conseguente anche a quella perdita di fiducia in una fede trascendente da lui sempre cercata e avvertita nella forma di un agnosticismo mistico.

In una missiva al cappellano militare Giovanni Semeria, il Pascoli confida: “ Io penso molto all’oscuro problema che resta… oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra sorella grande Morte! Oh! Sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la cristiana, sono per così dire, tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse”.

La sua fede, dunque, appare vacillante, sottesa a  una ricerca di senso al mistero della vita che, in un primo momento, sembra consolidarsi nella scomparsa della fiducia nel Positivismo che si professava in grado di spiegare compiutamente la realtà. Nello scritto “L’era nuova” del 1899 Pascoli accusa la scienza  di aver fallito perché non è riuscita a liberare l’uomo dall’infelicità e soprattutto a sconfiggere la morte: ” La scienza ha fallito! La morte doveva cancellare. Il morire doveva essere tolto dalla scienza, ed ella non l’ha tolto. A morte dunque la scienza. Noi torniamo alla fede che (è verità, è solo illusione? Ma illusione, a ogni modo, che ci vale per verità) che non solo ha abolito la morte, ma nella morte ha collocato la vita e la felicità indistruttibile! Non solo essa non ha fatto nulla di bene novello al genere umano, ma ha tentato di togliergli il bene che già possedeva… Oh! tu sei fallita, o scienza: ed è bene: ma sii maledetta, che hai rischiato di far fallire anche l’altra! La felicità tu non l’hai data, e non la potevi dare: ebbene, se non distrutto, hai attenuata, oscurata, amareggiata quella che ci ha data la fede”.

Pascoli affidava il compito di dare la felicità e la consolazione ai poeti futuri: “ Io dico che l’emanazione poetica (…) è destinata a rendere buono il genere umano. O poeti dell’avvenire, voi dovete riuscire in ciò in cui i poeti del passato hanno fallito. Dovete riuscire voi, poeti dell’era nuova. E per questo voi dovete prendere l’infula e lo scettro dei sacerdoti, che quelli si sono lasciati scappare dalla fronte e dalla mano”. E termina abbracciando la religione: “E sarà dunque una religione, la religione anzi, che scioglierà il nodo che sembra ora insolubile. La religione: non questa o quella in cui il terrore dell’infinito sia o consolato o temperato o annullato, ma la religione prima e ultima, cioè il riconoscimento e la venerazione del nostro destino”. XII “Quella sarà la palingenesi; la povera e malinconica palingenesi che sola a questi poveri e melanconici esseri che abitano così piccolo pianeta, il quale è sulla via di tante comete distruggitrici. Avverrà nel secolo che sta per aprirsi? Aspettiamo. Io non oso dire: speriamo”.(sintesi tratta dal libro Pensieri di varia umanità).

Ancora nella prefazione ai Canti di Castelvecchio (1903): “troppo questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico”.

La realtà, per Pascoli, non è interpretabile secondo i modelli del pensiero razionale positivistico, ma è un’entità la cui essenza spirituale e misteriosa è inaccessibile alla ragione, ma solo all’intuizione e all’immaginazione poetica. La poesia, dunque, è per Pascoli rivelazione intuitiva e arazionale del mistero delle cose, donde la sua appartenenza  all’irrazionalismo epistemologico di area decadente e simbolista.

Il 10 agosto 1867, quando Giovanni aveva quasi dodici anni, il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre sul proprio calesse tornava a casa da Cesena: le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse dovuti a contrasti di lavoro, non furono mai chiarite e i responsabili rimasero per sempre oscuri, nonostante tre processi celebrati e nonostante la famiglia avesse forti sospetti sull’identità dell’assassino, come traspare evidentemente nella poesia La cavalla storna: il probabile mandante fu infatti il malavitoso Pietro Cacciaguerra, possidente e contrabbandiere, che voleva succedere a Ruggero nell’incarico, mentre i due sicari furono Luigi Pagliarani detto Bigecca e il suo complice Michele Dellarocca, estremisti politici che lo consideravano un “servo dei padroni”, oltre a essere entrambi coinvolti in affari illeciti nella zona della Torre.

La poesia X Agosto fu pubblicata il 9 agosto 1896 sulla rivista Il Marzocco e inclusa nella sezione Elegie della raccolta Myricae. Pascoli rievoca la tragica morte del padre costruendo una serie di parallelismi simbolico-semantici tra le sei strofe di decasillabi e novenari

Sono comuni i seguenti lessemi e semantemi

  • tra la prima e la quinta strofa: stelle (r. 2) – Stelle (v. 23); pianto (v. 4) – pianto (v. 23); cielo (v. 4) – Cielo (v. 21);
  • tra la seconda e la quarta strofa: Ritornava (v. 5) – tornava (v. 13); tetto (v. 5) – nido (v. 13);
  • l’uccisero (v. 6) – l’uccisero (v. 14); spini (v 6) – Perdono (v. 14) per analogia cristologica; la cena dei suoi rondinini (v. 8) – portava due bambole in dono (v. 16) per analogia semantico-concettuale;
  • tra la terza e la quinta strofa: come in croce (v. 9)- egli immobile per analogia semantica della morte; che tende (v. 9) – addita (v. 19); quel verme (v. 10) – le bambole (v. 20); cielo lontano (v. 10) – cielo lontano (v. 20), parallelismo in clausola versale; nell’ombra, che attende (v. 11) – aspettano, aspettano invano (v. 18),parallelismo semantico.

Si verifica il seguente schema di corrispondenze:

1

Dalla sovrapposizione grafica dei due elementi, il primo verticale, il secondo dato dalla disposizione chiastica delle strofe, otteniamo la seguente immagine

 

2

 

assimilabile al CHI RHO della tradizione cristiana:

3

simbolo cristologico per antonomasia in quanto monogramma di Cristo ( nome abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell’alfabeto greco) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti.

Inoltre il simbolo X richiama il titolo della poesia “ X Agosto” e prelude, emblematicamente, al suo contenuto sostanziato, a livello denotativo e connotativo, sull’idea della sofferenza e del sacrificio per la vita.

“LA VERITA’ NON E’ VENUTA NUDA NEL MONDO, MA E’ VENUTA IN SIMBOLI ED IN IMMAGINI. NON LA SI PUO’ AFFERRARE IN ALTRO MODO”. (Vangelo di Filippo – Vangelo gnostico).

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Un pensiero riguardo “La verità di un simbolo nella poesia del Pascoli”

  1. Quindi non è il poeta a creare il simbolo ove significato e significante sono “gettati insieme”, ma è il simbolo che preesiste al poeta e attraverso lui parla.

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