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Otranto 1480: un saggio storico di Vito Bianchi

copertina

Vito Bianchi (Fasano, 1966) è un archeologo e scrittore che ha alle spalle un curriculum professionale e accademico di tutto rispetto. Vastissima è la sua produzione di articoli e saggi su temi storici che ha pubblicato con importanti case editrici e su riviste nazionali specializzate.
Quest’anno ha dato alle stampe il suo ultimo lavoro intitolato “Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista” (GLF Editori Laterza, Bari 2016) nel quale l’autore ricostruisce gli eventi legati, appunto, alla conquista ottomana di Otranto avvenuta il 14 agosto del 1480 per mano di Ahmed Pascià e, quindi, del sultano Maometto II detto “Il Conquistatore”.

La semplicità e la straordinaria capacità narrativa di Bianchi riescono a dare un ritmo sostenuto alla lettura tanto che, a volte, il saggio pare diventare un vero e proprio racconto del genere romanzesco. Nondimeno, all’agevolezza del testo l’autore affianca molto rigore scientifico che, di conseguenza, ne diventa un tratto predominante riuscendo in tal modo a dare alla ricostruzione dei fatti un’attendibilità storica non comune nella maggior parte delle produzioni di questi ultimi tempi. Bianchi, nel suo lavoro, non ricorre mai alla semplice deduzione poiché l’evoluzione del fatto è descritta interpolando notizie e riferimenti estrapolati dai documenti d’archivio o dalla vasta letteratura scientifica. Ampio, difatti, è l’elenco bibliografico al quale sono aggiunti due utilissimi e dettagliati indici di nomi e luoghi.
Il perfetto incastro degli eventi permette di avere una visione globale del periodo la cui veduta è assunta da punti di vista differenti, anche geograficamente: ora parlano i documenti romani, ora quelli estensi, ora quelli veneziani, ora quelli aragonesi. Queste differenti angolazioni, attraverso le quali l’evento è complessivamente inquadrato, permettono di avere cognizione della frastagliata e litigiosa attività politica italiana del tempo legata a quei piccoli regni italiani le cui diatribe e interessi affaristici con l’Oriente ne influenzarono i tempi d’intervento – mai appieno concordati – volti alla liberazione di Otranto. Il panorama politico, nella rilettura storica di Bianchi, dunque, riporta in luce gli aspetti meno noti delle difficili relazioni che il Regno di Napoli cercava di intessere, specialmente in attesa di ricevere uomini e armi per la riconquista della città marinara salentina, con i tanti Stati italiani e, in ultimo, anche con quel Sultanato che mirava a riprendere l’intero Principato di Taranto in virtù della pregressa dipendenza delle Puglie a Costantinopoli. Pertanto, tra timori di un dilagante exploit guerresco dei turchi verso tutta l’Italia regnicola – Stato Pontificio in primis – e intrecci diplomatici, spionaggi e relazioni economiche da tutelare, l’autore configura il tragico scenario storico-politico con il quale il sovrano aragonese di Napoli dovette con difficoltà confrontarsi, tanto, però, da non riuscire mai nei suoi intenti di comporre un esercito nazionale da contrapporre all’orda musulmana. La debolezza politico-militare del regnante napoletano e l’esuberanza guerriera ed irrazionale del figlio, assieme a quella di alcuni baroni, concorreranno al consolidamento della conquista ottomana durante la quale l’esercito guidato dal Pascià mostrerà, per oltre un anno, una perfetta organizzazione logistica e guerriera.
Attraverso lo svelamento dei documenti inerenti alle vicende di Otranto, Bianchi riesce a demitizzare il sacrificio dei suoi ottocento Martiri riconducendo, su evidenze storiche inconfutabili, l’azione di Ahmed Pascià ad un atto principalmente di natura intimidatoria verso la popolazione superstite e dallo stesso voluto a causa del loro rifiuto ad arrendersi. Pertanto, se da una parte la tradizione agiografica voleva santi quegli eroi perché sostennero la loro fede in Cristo anziché convertirsi all’Islam, dall’altra, invece, l’autore ridimensiona il fatto a semplice arma psicologica rientrante nelle tante strategie militari delle quali il Pascià era maestro. Bianchi, inoltre, afferma che la nascita del mito religioso fu una sorta di creazione ad hoc sostenuta proprio dal Duca di Calabria per adombrare gli scarsi risultati – se non persino il fallimento – della sua campagna militare. Difatti, a differenza delle sue tanto decantate gesta eroiche, dai documenti storici esse non appaiono per nulla vittoriose sugli ottomani, come si vuol far credere, tanto che non si può affermare che ci sia mai stata una vera e propria sconfitta otrantina dell’esercito del Pascià. L’autore aggiunge che se vi fu una sconfitta ottomana, la stessa non può attribuirsi al valore dell’esercito napoletano bensì a una resa del nemico dovuta all’indebolimento inflitto dalla peste che in quegli anni flagellava buona parte di Terra d’Otranto. La vera eroina della battaglia per la liberazione di Otranto, pertanto, fu proprio la peste cui andrebbe aggiunta la morte di Maometto II e la salita al trono del figlio Bayezid II che rinunciò del tutto alla politica espansionistica del padre a favore di una per ristabilire l’ordine nel suo vasto regno.
Come scrive l’autore nelle ultime pagine del suo libro, anche la storia del sacco di Otranto mostra come guerre di religione vere e proprie, tra Occidente ed Oriente specialmente, non ce ne siano mai state e tuttora, malgrado lo si creda, non ce ne sono. Ciò che ha mosso e muove ogni guerra non è certamente la fede religiosa quanto, invece, come dimostra la conquista otrantina, il desiderio di dominio di altre terre e la volontà di espandere i propri territori oltre i confini stabiliti perché l’uomo è affascinato dal potere e dalla ricchezza. È proprio questo, oltre alla qualità del saggio, il messaggio più importante che l’autore lascia al suo lettore invitandolo, tra l’altro, a riflettere su quel tempo per comprendere meglio il nostro nel quale si sta cercando di celare le guerre d’interesse dietro il velo della religione.

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