Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Il bambino adottato

di Lucio Causo

Claude Monet: ‘Promenade’ – olio su tela, 1875

Un giorno, quand’ero ragazzo, arrivarono a casa dei nonni, in campagna, Antonia e Marco, sfollati dalla città a causa dei bombardamenti aerei. Erano sposati da poco più di un anno, ma non parlavano mai d’avere figlioli.

Marco, era figlio di un lontano parente del nonno, di nome Pasquale, col quale aveva fatto il servizio militare di leva in Sicilia, e spesso il nonno mi raccontava di quel bel periodo della sua gioventù. Questo “cugino”, tornato gravemente malato dalla guerra combattuta nel deserto dell’Africa settentrionale, sembrava desolato per l’impossibilità d’avere figli: voleva, infatti, un bel bambino. Anche sua moglie Antonia si mostrava dolente, perciò dai nonni non sempre si poteva stare allegri.

Nel 1943, dopo che le incursioni aeree avevano seminato lutti ed avevano distrutto molte famiglie, lasciando tanti bambini senza padre e senza madre, Antonia propose al marito l’adozione di un bambino rimasto orfano.

Marco acconsentì di buon grado: “Pensaci tu – disse alla moglie – fai le pratiche necessarie per portarmi un bel bambino. Nel frattempo cercherò di trovare una casa per noi tre”.

“Io vorrei un maschietto”, disse Antonia.

“Vada per il maschietto!”, acconsentì Marco con un sorriso.

“Di un anno e mezzo o giù di lì” – replicò Antonia – “tanto per essere fuori delle prime fatiche di crescita”.

“Hai ragione, va bene così. Provvedi tu, ti prego. Ora devo andare, mi aspettano”. Disse Marco ed uscì.

Qualche giorno dopo una donna di campagna portò a casa dei nonni un bimbetto di un anno e mezzo circa: proprio un bel bambino, che era stato affidato a lei – così diceva quella donna – per essere custodito ed assistito, subito dopo che i genitori gli erano venuti a mancare a causa della guerra.

Marco, quando lo vide, ne fu contento e le carezze piovvero su quel bambino molto bello e sorridente. Ma nei giorni successivi la donna che l’aveva portato fu assidua nel frequentare la casa dei nonni per assistere il bambino: un’assiduità che Marco non sapeva come spiegare.

“Gli sono tanto affezionata” – diceva la donna – “lo consideravo ormai come un figlioletto mio”.

Un giorno Marco entrò in casa e sentì parlare vivacemente nella stanza da letto. Era la donna di campagna che litigava con Antonia.

“Capirete” – diceva la donna – “che voi mi avete promesso quella somma alla fine d’ogni mese. E’ un anno e mezzo che tengo il vostro bambino, non mi avete pagato che cinque mesi. Datemi subito il resto, altrimenti dico tutto a vostro marito”.

Marco comprese e fu un duro colpo. Il bambino era un figlio della colpa, di una colpa che gli era rimasta sempre ignota e che si rivelava solo allora con quella menzogna dell’adozione dell’orfano.

Del resto Marco era stato lontano, aveva combattuto in Africa una guerra dura ed inutile; poi… i lunghi ed interminabili mesi di cura all’ospedale militare, in grave pericolo di vita.

Da quel giorno erano successe tante cose a casa dei nonni. Io capivo ben poco di quello che accadeva. Tutti gridavano, litigavano, e le donne piangevano.

Poi Antonia, una mattina, lasciò la casa col bambino e non si fece più vedere.

Anche Marco, dopo qualche giorno, andò via. Disse che aveva trovato lavoro in una città del nord. Partì col treno, sempre più triste e più solo. Lo accompagnammo alla stazione col carretto del nonno.

D’allora non lo vidi più; né sentii più parlare in casa dei nonni di Marco, di Antonia e del povero bambino, che per me non aveva alcuna colpa.

Però fu la prima volta che sentii parlare di una causa pendente per separazione legale.

 

 

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