Ambiente, Antropologia culturale, Cultura salentina, Gastronomia, Saggio, Territorio

Piante spontanee ad uso magico, rituale, medicinale e inebriante in provincia di Taranto e nel Salento (4/8)

di Gianfranco Mele

Vini alla mandragora nel tarantino

By tato grasso (Own work (personal work)) [CC BY-SA 2.5], via Wikimedia Commons
Nel 1771 l’umanista tarantino Cataldonio Atenisio Carducci traduce e pubblica le “Deliciae tarantine”, opera postuma del poeta e letterato Tommaso Nicolò D’Aquino, vissuto a Taranto a cavallo tra ‘600 e ‘700.

Nelle note dell’opera, riedita nel 1869 dalla Tipografia Salentina di Lecce, il Carducci, commentando un passo del D’Aquino, scrive:

“Ritornando alla marina, e camminando oltre verso ponente da circa due miglia, si trova il porticello di Luogovivo […]. Questo luogo è posto in un fondo tra’l lido del mare e una falda eminente feracissima ne’ tempi antichi di uve sceltissime che resero celebre il luogo, detto già Aulone […]. Orazio in rapporto alla feracità delle viti, che vi allignavano, e che producevano un vino dilicato ed eccellente, ne fa lodevole menzione (lib. 2 ode 6): … Et amicus Aulon Fertilis Baccho minimum Falernis invidet uvis. […] il buon terreno d’ Aulone, molto confacente a viti, il vin che producea era rinomatissimo. Ed in quel tenimento v’è tuttavia il corrotto vocabolo monte melone, e la pezza di melone, per dove forse si estendevano le viti d’Aulone. E v’è pure una ragione naturale circa la bontà de’ suoi vini: mentre questa nasceva, dacchè ritenea la qualità de la mandragora, erba ipnotica, o sia soporifera, di che eran pieni que’ suoi vigneti, e che tuttavia alligna in quel terreno: onde nacque quel greco adagio mandragoram bibisse (Erasm. In Adag. ) che si appropriava a quegli infingardi e neghittosi, cui piace una vita molle e lasciva. Quindi Orazio non per altro lo disse amicus, mentre il suo vino gustato ch’era, spirava della languidezza, e conciliava il sonno. Plutarco nel libro de audiendis Poetis ci attesta, che la mandragora nascendo presso alle viti, infonde la sua virtù nel vino, e fa più soavemente dormir coloro, che’l bevono. […] Anzi tanto è più bello quell’epiteto amicus, che Orazio atribuisce ad Aulone, quanto ch’ essendo questo luogo, come si è detto, ferace di mandragore, il nome di questa pianta serba presso gli orientali la nozion di amore, ch’è Dod, benchè non perciò si vuol dare a credere, che a questa cosa da Orazio scrivendo si fosse posta mente”.

C’è confusione e discordanza tra gli storiografi tarantini rispetto all’ubicazione geografica dell’Aulon, e lo stesso Carducci attribuisce questo sito ad una posizione diversa rispetto a quella descritta da Orazio che lo vuole vicino al fiume Galeso. Per il Carducci il sito trovasi in zona Saturo (esistono alcune discordanze anche rispetto all’ubicazione di Saturo per la verità), ovvero verso la attuale Leporano; per altri è prossimo a quello che attualmente è ritenuto essere l’antico fiume Galeso, per altri addirittura Aulon e Galeso trovansi in zona Crispiano, altri ancora hanno identificato l’ Aulon in zona Roccaforzata. In ogni caso siamo nell’ambito del territorio tarantino, ma a distanze di diverse decine di chilometri nelle diverse interpretazioni e ricostruzioni.

Quello che è interessante del passo del Carducci è in ogni caso la testimonianza dell’esistenza in agro di Taranto di antichi mandragoreti spontanei, rispetto ai quali il Carducci illustra usi psicoattivi derivanti dalla commistione della mandragora con i vini tarantini. Appare improbabile l’ipotesi della “contaminazione” delle radici (e degli effetti) della mandragora nelle uve e di conseguenza nei vini, ma è assai verosimile che, sfruttando la presenza della abbondante mandragora presso i vigneti, gli antichi viticoltori locali ne abbiano approfittato per infondere la radice nel vino (metodo assai in uso in antichità) allo scopo di correggere il vino stesso e ottenere effetti particolari come risultato della commistione tra le due droghe.

A riprova del fatto che quanto asserisce il Carducci può avere un grosso fondo di verità (seppur spogliato della leggenda della “contaminazione”nel terreno attraverso le radici, contaminazione che invece può essere avvenuta, come si è detto, attraverso una tecnica di facile utilizzo, ma ben precisa, ovvero attraverso l’infusione della mandragora nel prodotto alcoolico), si deve riportare la testimonianza della presenza effettiva, anche attuale, di numerosi esemplari di mandragore nell’area. In effetti il sottoscritto si è casualmente imbattuto, molti anni fa, in un sito nei pressi della marina di Leporano (ovvero la zona che attualmente è identificata come l’ antica Saturo o Satyrion) nel quale si notava la presenza di varie piante di Mandragora autumnalis.

Nei primi anni del 2000, ho avuto invece occasione di imbattermi in un’altra imponente stazione di mandragore, che si trovavano a valle di una piccola altura, a un paio di km. da quello che è stato identificato come l’antico fiume Galeso, e che ne porta pertanto attualmente il nome. Questa stazione di mandragore, ho saputo di recente, è stata notata anche da alcuni esperti del Dipartimento di Botanica dell’Università di Lecce. Siamo dunque e comunque, in entrambi i casi, in due di quelle diverse aree che sono state identificate, nelle differenti ricostruzioni storiche, come prossime alla antica zona denominata Aulon.

Sempre il Carducci, nelle note al Libro Primo del D’Aquino, riferisce di un culto dedicato ad Ecate Triglantina in Taranto. Ecate, divinità lunare e psicopompa, fa parte anch’ essa dei culti orfici radicatisi nel tarantino. Venerata come dea dei crocicchi assieme ad Artemide (alla quale spesso è assimilata e della quale porta gli stessi attributi) è collegata alla mandragora, che è la sua pianta per eccellenza.

Continua…

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