Antropologia culturale

Scene da un funerale

di Paolo Vincenti

I funerali, si sa, nei nostri piccoli centri, sono occasioni di socializzazione, si rivede gente che non si incontrava da tanto, si scambiano quattro chiacchiere, meglio ancora di come si farebbe in piazza dove il rumore assordante delle autovetture di passaggio non concilia.

In quel luogo di lutto, invece, si è favoriti dalla pace e dal religioso silenzio che vi regnano e si riesce anche ad entrare in un’intimità confidenziale che in altri contesti non si avrebbe. Si parla a fior di labbra, sussurrando le frasi, per non dare nell’occhio (o meglio, nell’orecchio) di chi è assorto nella veglia funebre, vale a dire i congiunti del de cuius e i parenti più stretti. Ci si aggiorna sulle rispettive vite, si maligna di imbrogli e infedeltà coniugali, si calunniano gli assenti, specie nei paesini dove ci si conosce un po’ tutti e ciascuno è roso da livore e invidia nei confronti di chi la sa più lunga di lui.

Questo avviene sia ai funerali dei poveri Cristi, pincopallini qualsiasi, sia a quelli di un personaggio di spicco, uno dei notabili del paese, come può essere un maresciallo dei carabinieri, un sacerdote o parroco, un grosso imprenditore, un aristocratico, un pubblico amministratore, o un arruffapopolo dei tanti che scalmanano da mattina a sera nelle piazze dei nostri sgarrupati paesotti. Fra un “l’eterno riposo” e un “padre nostro”, si ripensa agli episodi della propria vita insieme con la persona scomparsa, si ripercorrono i momenti belli ma anche quelli brutti, difficili, e si indirizza allo scomparso un saluto affettuoso, un augurio di buon viaggio. Si fanno anche dei resoconti personali e ci si accorge quasi sempre di aver fallito; i rimorsi o i rimpianti dal feretro si propagano e iniziano a lambire i nostri piedi salendo su fino alla giacca, e ci si deve allontanare per sfuggire a quella pressione fastidiosa, a quel venticello mortifero.

Se il defunto non è un congiunto, ci si limita ad esprimere il cordoglio ad amici e parenti; se invece si tratta di un famigliare, si portano dei fiori oppure, quando i fiori non sono richiesti, del denaro che, contenuto in una bustina dove si è fatto ben attenzione a indicare il mittente, viene lasciato nel cestello sistemato ai piedi della bara. Se poi il grado di famigliarità è ancora più stretto, allora si commissiona un cuscino o una corona di fiori che l’impresario delle pompe funebri si premura di recapitare. Quando si avvicina l’ora fatale delle esequie, solitamente le 15 o le 16 di pomeriggio, il prete che celebrerà la funzione viene a casa a fare una ispezione preliminare e a impartire l’estrema unzione al trapassato. A quel punto l’impresario fa capire a tutti che occorre prepararsi per il drammatico momento e sigilla la bara per il trasporto. Allora si levano più strazianti i lamenti dei famigliari. Su tutti spiccano quelli della vedova inconsolabile e delle figlie femmine, mentre se a dipartire è lei, il vedovo resta contrito in un cupo silenzio e a volte leva gli occhi al cielo in un gesto di sfida e di ingiuria.

Circola infatti, nel comune sentire dei nostri paesi, la stramba teoria secondo cui in una famiglia, se è proprio necessario che uno dei coniugi perisca prima dell’altro (e in effetti morti simultanee se ne vedono di rado), sia lui, il marito, a precedere, perché in questo modo la casa rimane aperta e frequentata (in poche parole la vita continua a scorrere come sempre, fra beghe famigliari, pettegolezzo e vendette incrociate). Se invece a decedere è lei, la moglie, allora comari, compari, figli e amici non hanno più interesse a frequentare la casa e lasciano il vedovo a spegnersi nella solitudine. Dopo la funzione religiosa e il rito più o meno lungo delle condoglianze in chiesa, la bara viene sistemata di nuovo nell’auto e ci si avvia al cimitero per la tumulazione. Qui il corteo di macchine che ha accompagnato la Mercedes funebre si sfalda e ognuno va via in ordine sparso. Al camposanto, è facile per i famigliari, assistendo all’ingrato compito svolto dal necroforo, venire assaliti di nuovo dal dispiacere, dallo sconforto, che si esprime in un pianto dirotto dovuto alla consapevolezza di non rivedere mai più il proprio congiunto.

Quando si fa rientro a casa, è ormai sera inoltrata. A quel punto, riunendosi la famiglia intorno al tavolo per la cena, può succedere che sia quella l’occasione per iniziare a discutere anche animatamente del futuro in termini di successione e divisione dei beni. Non sempre i famigliari sono d’accordo e capita che i figli e soprattutto le nuore litighino preventivamente, a babbo morto, come si suol dire, prima di essere duramente richiamati dalla madre, la neo vedova, che rinfaccia loro di non avere rispetto per il cadavere ancora caldo del genitore. A volte, nel nostro sud, si incontrano delle sopravvivenze folkloriche come quella delle chiangimorti. Non mi pareva vero ma, a una veglia funebre cui partecipai qualche tempo fa, incontrai un drappello di pie donne, moderne prefiche, assoldate dai congiunti per conferire ancora più pathos all’atmosfera di lutto. Non riuscivo a credere a quello che vedevo e che io pensavo fosse ormai solo confinato nei libri di storia e in quei rari documentari in bianco e nero girati nel Salento qualche decennio fa. Credevo si trattasse di una finta, cioè una ricostruzione inscenata a vantaggio di telecamera e mi aspettavo che da un momento all’altro sbucasse fuori la troupe di cameramen e antropologi interessati. Invece era tutto vero a ai lai delle chiangimorti si univano le urla disperate della moglie e dei figli del morto in una scena davvero straziante.

All’uscita da casa poi, il lento corteo funebre fino alla chiesa venne accompagnato dal suono della banda e anche questa è una tradizione che va ormai a scomparire. Si rimane colpiti dall’attaccamento, dall’amore muliebre, dalla devozione filiale. Capita poi che, trovandomi al cimitero il giorno dei defunti, io veda che nell’urna di quello scomparso, a distanza di alcuni mesi, non sia ancora stata apposta alcuna lapide e vi campeggi ancora il piccolo ritratto formato fototessera appiccicato sbrigativamente alla calcina il giorno delle esequie. Strano.

Vengo poi a sapere da chi è sempre informato su tutto che, appena incassata la cospicua eredità del defunto, i figli hanno mollato il lavoro e si sono trasferiti ad Ibiza dove gestiscono una discoteca. La madre invece, insieme al compaesano con il quale teneva una relazione extraconiugale da molti anni prima della dipartita del becco, si è trasferita in Olanda. Tutto vero, mi dicono, vedendomi leggermente incredulo, e la tomba spoglia della lapide lo conferma. Sarà apposta solo a Natale, quando ritorneranno a casa per le feste. Tutto vero, insistono, lo può confermare anche il marmista che ha ricevuto l’incarico di realizzare il manufatto. Eh sì, meglio che a perire per primo sia il marito. Davvero, molto meglio.

1 pensiero su “Scene da un funerale”

  1. Alla faccia di chi se ne tiene comunque lontano (da questi temi), trovo davvero apprezzabili queste cronache dal funerale “alla salentina” ( basta guardare qualche film, italiano o estero che sia, che ha trattato l’argomento in toni grottesco/umoristici, per capire che – con pochi distinguo – tutto il mondo é paese). Alcuni passaggi li trovo di geniale capacità narrativa (…venticello mortifero) così com’é di grande qualità la capacità del sig. Vincenti di non far pendere mai definitivamente il racconto sul sarcastico e sull’ humor noir.

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