Recensioni

I settant’anni del poeta salentino Giuseppe (Peppino) Conte: la poesia come incanto e come relazione

di Anna Stomeo

Lo scorso 26 maggio il poeta salentino Giuseppe (Peppino) Conte, ideatore e direttore artistico per oltre 25 anni della manifestazione l’Olio della Poesia, ha compiuto settant’ anni e li ha festeggiati con un prezioso libretto di poesie stampato in una tiratura limitata di settanta esemplari, numerati a mano e dedicati ad personam, che ha consegnato (personalmente) a settanta amici: Giuseppe Conte, La vita, aprila in un canto, Edizioni minime del pescecapone, Serrano (Le), 2022. In copertina un altrettanto prezioso  acquerello del 2010 dell’artista salentino Sandro Greco raffigura un vaso da fiori e una farfalla.

Avere tra le mani questo libretto emoziona, perché si avverte, nello scorrere delle pagine, un sottile respiro rivelatore di un’ansia sottaciuta che attraversa i pensieri e si stempera in versi di eccezionale levità e bellezza. Quasi uno scrigno di vetro, fragile trasparente che lascia intravvedere sentimenti e riflessioni in una luce intima e sdoppiata che attenua gli eccessi ed esalta l’essenziale. E l’essenziale per Conte rimane sempre la poesia come origine dell’incanto e fonte di ottimismo : «Penso che l’incanto è legato allo stupore, alla distanza che avvertiamo tra noi e l’universo che la poesia crea […] Ma l’ottimismo resta la nostra libertà il nostro incanto, lo stupore che ci consente di avvicinarci al futuro quasi per  gioco […] Tu che leggerai questi versi, la Vita, aprila in un canto» (pp.7-9). Una riflessione che si tinge di una qualche malinconia, subito però rimossa dall’emergere di una luce persistente che si insinua nelle incertezze e nel dolore della vita che procede «permettendoci di spingerci sempre più avanti, per comprendere lo spostarsi dei confini» (p.7).La consapevolezza dei confini, che si delineano in modo sempre più nitido, sembra caratterizzare l’ultima produzione poetica di Giuseppe Conte, arricchendo ogni verso di un valore aggiunto, che il poeta coltiva nella meditazione esistenziale sollecitata dallo scorrere degli anni. Una marcia in più verso la conoscenza del mondo che l’avanzare dell’età rende più edotta e abituale, più disponibile ai suggerimenti della parola poetica, più che mai protesa al riconoscimento responsabile dell’Altro.

Già nella sua più recente raccolta di poesie (Giuseppe Conte, Tutto resta da dire (poesie), Edizioni del pescecapone, Serrano (Le), 2020.) Conte aveva aggiunto nuovi e profondi pensieri alla sua riflessione poetica, attraversata, nei decenni, da un’esigenza di relazione tanto intensa quanto totale e unica.

Da sempre Conte vive la poesia come alterità e come relazione, come occasione di crescita e di riflessione collettiva, non solo perché venticinque anni fa ha inventato la più nota in Italia e all’estero tra le manifestazioni culturali del Salento l’Olio della Poesia, di cui è rimasto organizzatore e direttore artistico fino allo scorso anno, ma soprattutto perché per lui la poesia si alimenta di domande e di narrazioni che obbligano alla condivisione. Un bisogno di comunità e di comunicazione, quello di Conte, che travalica la scrittura stessa per coinvolgere i rapporti umani nella loro essenzialità, fino alla costruzione di una vera e propria relazione poetica, come ci piace definirla e di cui l’ Olio della Poesia rappresenta l’aspetto più clamoroso ed evidente.

Per Giuseppe (Peppino) Conte scrivere versi ha sempre significato intessere fili di complicità non solo tra poeta e lettore, ma anche tra poeta e poeta, e la poesia, in quanto attività perpetua dello spirito libero (come ribadisce, in questa raccolta Tutto resta da dire, con Sogno di libertà p.36), costituisce, per lui, non certo solo un linguaggio per comunicare emozioni e pensieri, ma l’oggetto stesso (ontologico) di cui parlare e su cui poetare, il luogo privilegiato dell’esserci.

Ho conosciuto ‘da vicino’ Peppino Conte molti anni fa, leggendo e recensendo, un suo libro di poesie intitolato Luoghi. E sogni dispari (Edizioni del pescecapone, 2007): anche allora Conte mi apparve determinato a dialogare fondamentalmente con la poesia, assunta non solo come linguaggio allusivo in cui contenere le eccedenze esistenziali, ma soprattutto come intermediazione essenziale attraverso cui elaborare quel ‘pensiero poetante’ che fa della parola il tramite e insieme il limite invalicabile della conoscenza.

La poesia è insomma, per Conte, l’interlocutrice unica per ‘ragionare’ sulla vita e per accettare «la vita che non ci basta», come recita uno dei componimenti più intensi di questa raccolta Tutto resta da dire (p.15).

Avere come interlocutrice la poesia (più che l’ignoto e generico lettore di poesie) significa compiere un’operazione concettuale di astrazione conoscitiva di cui Conte è pienamente consapevole, ma che può, forse, sfuggire ad un lettore non attento, che si lasci distrarre dall’apparente richiamo paesaggistico e surrealista di bodiniana memoria. Come Bodini (e, sulla sua scia, come altri poeti salentini) anche Conte, in tutto il suo lungo percorso poetico, non si è sottratto al fascino del simbolico, all’esasperazione iconica dei luoghi e dei paesaggi trasformati in tappe del viaggio esistenziale. E tuttavia, in questa raccolta, il suo viaggio va molto oltre il «muretto a secco dagli ulivi stanchi morti» (p.96) da cui parte.  Il suo viaggio prende subito altre direzioni, come testimonia lo stesso Conte nella poesia, intitolata, appunto, Il viaggio che, non a caso, chiude e sigilla l’intera raccolta: «alla fine del viaggio/vorrei arrivare leggero come l’albero d’inverno/spoglio di versi libero di storia/vuoto di poesia».

Un vuoto e una leggerezza indispensabili per fare spazio ad una poesia matura, a cui «tutto resta da dire» p. 59. Una poesia che rinuncia a designare per evocare e meditare.

In 56 componimenti (da ripercorrere e rivivere uno per uno), il discorso poetico di Peppino Conte scorre senza discontinuità e senza intoppi, trascinando il lettore in una atmosfera meditativa estrema e coinvolgente.

Il poeta ci conduce al centro logico ed etico della parola poetica (Parola infinita p.68), si interroga sul tempo e sul senso di una generazione (In un’altra poesia p.13), individua e delinea i vuoti esistenziali (Certi pensieri, p.44), entra con leggerezza nel labirinto del pensiero per uscirne carico di speranze e di visioni, ma anche di disincanti e disinganni (Spirali di pensiero p.82; Le corse dei bambini p.80; Strana euforia p.89; Stanco delle fredde pagine di lettura p.79; Ho abitato la tua bellezza p.85 e tanto altro ancora…).

Conte sceglie insomma, in questa raccolta, decisamente un’altra cifra: quella della riflessione esistenziale che si fa poesia filosofica e ancora una volta richiama alla relazione, all’altro come interlocutore (Imperfetta solitudine p. 73).

A caratterizzare particolarmente questa raccolta è, infatti,  a nostro avviso, proprio la caratura filosofica del verso, il distendersi, tormentato e stringente, di un vero e proprio ragionamento che attraversa i singoli componimenti e si dipana per tutto il libro, seguendo un discorso unitario e lucido, tradotto in appassionata poesia. Poesia e pensiero si incontrano in un intreccio suggestivo che richiama la poesia alta del Novecento, quella che gioca a far rimbalzare immagini e concetti e che J.L. Borges definiva ”poesia intellettuale”, rivendicando per sé la doppia identità di poeta/filosofo.

Una poesia che si alimenta di riflessione esistenziale e di alterità: questo il fascino segreto, dei versi di Peppino Conte e della sua autentica vita di poeta.

 

-Giuseppe Conte, La vita, aprila in un canto, Edizioni minime del pescecapone, Serrano (Le), 2022. -Giuseppe Conte, Tutto resta da dire (poesie), Edizioni del pescecapone, Serrano (Le), 2020

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