Territorio

La tradizione veicolo di innovazione: il caso di Cellino San Marco

Malvasia bianca del salento
Malvasia bianca del salento (foto A. Miccoli)

Reduci da un’epoca post-moderna, densa di dibattiti e controverse interpretazioni circa il concetto di sviluppo locale, attualmente è la Geografia, nella sua multiforme interdisciplinarietà, ad introdurci in un quadro metodologico che, almeno dal punto di vista concettuale, chiarisce e definisce la questione dello sviluppo locale.

Infatti il metodo geografico ha proposto un nuovo modo di intendere lo sviluppo, basato sugli assiomi della sostenibilità, quella ambientale in primis. Questo metodo ha dimostrato che l’analisi delle condizioni ambientali in relazione all’intervento umano delinea in maniera naturale il percorso che ogni territorio, attenendosi alle proprie vocazioni, identità e specificità, dovrebbe seguire.

Al principio della sostenibilità ambientale sembra essersi interamente ispirato lo sviluppo del territorio di Cellino San Marco, uno dei 19 comuni della provincia di Brindisi, la cui economia, essenzialmente agricola, è quasi totalmente basata sulla vitivinicoltura. Si tratta di una vocazione storicamente riconosciuta che, nel tempo, ha determinato i tratti identitari di una vasta area a Sud di Brindisi.

Parco del Negroamaro
Cellino S. Marco: Parco del Negroamaro

In controtendenza rispetto a scelte programmatiche che tendono a stravolgere gli assetti territoriali per “inventare innovazione”, Cellino San Marco – in tempi non sospetti – ha deciso di percorrere la strada della tradizione ed ha puntato con tutte le sue forze sulla valorizzazione della vitivinicoltura, sul recupero della tradizione colturale e sulla cooperazione, consapevole dell’enorme valore aggiunto determinato dall’attuazione di interventi sinergici in ottica di integrazione tra soggetti pubblici e privati.

Si è assistito, subito dopo i nefasti anni dello scandalo del vino al metanolo, ad un poderoso intervento di ricostruzione e riabilitazione del comparto vitivinicolo, che a distanza di un ventennio circa, ha prodotto risultati evidenti e sorprendenti.

L’attenzione dei produttori, inizialmente indirizzata alla quantità, è stata orientata al raggiungimento di standard qualitativi sempre più esigenti.

Cellino S. Marco: Parco del Negroamaro
Cellino S. Marco: Parco del Negroamaro

Gli amministratori locali, dal canto loro, hanno dimostrato grande sensibilità nei confronti della questione ed hanno impegnato risorse umane ed economiche per sostenere questo tipo di sviluppo. Si è trattato di un atteggiamento senza dubbio lungimirante che ha consentito a Cellino San Marco di rientrare a pieno titolo tra i migliori produttori di vini del Salento, d’Italia e del mondo. Un traguardo certamente ambizioso, il cui raggiungimento ha innescato processi di sviluppo in più direzioni, a partire dal coinvolgimento attivo di Cellino San Marco all’interno dell’Associazione Nazionale Città del Vino, Associazione di rilievo nazionale che oggi ha la sede del suo coordinamento regionale proprio a Cellino San Marco.

Un altro degli effetti indotti dalla valorizzazione della vitivinicoltura locale è visibile a livello paesaggistico, laddove si è avuta una netta trasformazione dei paesaggi vitati, allorché le distese di tendoni ed impianti a cordone speronato sono state soppiantate da meravigliose superfici vitate ad alberello, tipiche della tradizione vitivinicola della regione.

Un’evoluzione paesaggistica che ha portato al recupero della tradizione e che, in sintonia con le esigenze dei più attenti turisti enogastronomici, ha reso Cellino San Marco una meta turistica appetibile anche per i gusti più raffinati. Di questo si sono rese conto le popolazioni locali che, inizialmente perplesse, hanno via via intuito le potenzialità di uno sviluppo basato sulla valorizzazione della tradizione agricola locale ed hanno materialmente e culturalmente accettato di adeguarsi alle nuove tendenze, dimostrando grande apertura mentale ed impegnandosi in attività subordinate alla vitivinicoltura.

Cellino S. Marco: Parco del Negroamaro
Cellino S. Marco: Parco del Negroamaro

“Cellino Città del Vino” è il motto coniato ad hoc per enfatizzare lo stretto rapporto tra il territorio ed il suo prodotto di eccellenza, il vino… quel nettare sacro che dai pagani ai cristiani ha accompagnato i riti propiziatori ed ha svolto il ruolo di protagonista. Una dimensione sacrale a cui il vino cellinese è ancorato tuttora, grazie ai preziosi riconoscimenti ed agli innumerevoli successi che le cantine di Cellino San Marco vengono periodicamente chiamate a riscuotere.

Un successo anche in termini di posizionamento sui mercati: basti esaminare la situazione a livello nazionale, ma anche internazionale, con le recenti ed importanti introduzioni all0’interno dei mercati dell’Est Asiatico.

Un percorso verso l’eccellenza che ha nella qualità il suo elemento fondante e che trova la propria ragion d’essere nella voglia di superarsi e nell’incessante stimolo a continuare a migliorare i risultati precedentemente raggiunti.

Un esempio di buona prassi partito dal basso, dal locale; un territorio che compatto ha deciso di dare una svolta con il passato, mosso dalla volontà di svincolarsi dagli onori della cronaca nera, per passare ad occupare un ruolo di prestigio nello scenario economico culturale del Salento e della Puglia.

Cellino San Marco e i suoi trentadue chilometri quadrati, un punto se considerato in rapporto alle estensioni delle superficie vitate mondiali, eppure, un punto fermo! Una nicchia in cui la viticoltura è votata all’eccellenza: viticoltori aperti ai nuovi scenari e disposti ad informarsi per apprendere le tecniche colturali migliori; raccolta manuale delle uve; eccellenti cantine, dotate di personale altamente qualificato ed attrezzature ed impianti all’avanguardia. E poi… manifestazioni di sensibilizzazione, eventi, sagre e feste in onore del vino, riconosciuto volano per lo sviluppo del territorio: ecco come si presenta oggi Cellino San Marco con i suoi poco più che seimila abitanti. Il tipico centro agricolo del Salento brindisino, sommessamente descritto da Arditi nella sua Corografia storica di Terra d’Otranto, ed oggi centro propulsivo della cultura enologica del meridione d’Italia.

3 pensieri su “La tradizione veicolo di innovazione: il caso di Cellino San Marco”

    1. Caro Giuseppe, non so perché tu chieda proprio il mio parere, alla luce della dotta e completa relazione della dott.ssa Miccoli; cercherò tuttavia di articolare alcune riflessioni fra le tante che mi passano, da anni, per la mente circa questo argomento.

      Avevo già espresso una mia visione, coerente con le argomentazioni di questo contributo, se non ricordo male, agli inizi degli anni novanta, quando parlare di valorizzazione della produzione agricola del territorio suscitava ancora notevoli riserve nei più; mi fa piacere che oggi, alla luce dei frequenti successi di pochi, illuminati, imprenditori, in molti si siano convinti che la strada da seguire sia quella della promozione e della valorizzazione delle vocazioni del territorio, con questo intendendo i settori inerenti l’agricoltura e solo quelli ad essa connessi (i vari tipi di turismo, il commercio, la trasformazione, ecc).

      Persistono, tuttavia, delle ombre che occorrerà pur dissolvere e affrontare:

      1) Il territorio di Cellino San Marco è ancora frequentemente insultato da discariche abusivamente disseminate fra i campi da stolti che non riescono nemmeno a immaginare che il danno provocato alla comunità è di gran lunga superiore al magro beneficio che ne ricavano. C’è ne sono molte e personalmente potrei segnalarne con precisione i luoghi e la consistenza. Il punto fondamentale di questa nota è che occorre assolutamente preservare il paesaggio rurale da qualsiasi tipo di contaminazione, sia essa derivante dall’incontrollata azione devastatrice di chi alimenta queste brutture, ma anche da parte di chi, pur di costruirsi una casetta in campagna, non esita a metter su strutture totalmente fuori sintonia con l’antica bellezza del paesaggio rurale; in questo senso occorrerebbe agevolare unicamente il restauro dei vecchi casolari e delle antiche masserie, e inibire in maniera inflessibile ogni nuova contaminazione.

      2) Come già anticipato, le iniziative virtuose sono ancora appannaggio di pochi imprenditori, la cultura e il modello di sviluppo imboccato, cioè, non sono passate completamente nel tessuto connettivo della società cellinese, se è vero come è vero che il coraggio di investire in innovazione, promozione e sviluppo non hanno trovato, al momento, molti seguaci.
      In questo vedo anche una certa timidezza degli attuali amministratori che non mi risulta abbiano promosso un’attività di “acculturazione” degli operatori del settore, in questo fermi ancora ai metodi e alle conoscenze di cinquantanni fa. E questo risulta ancor più vero se professionalità come quella di Alessandra Miccoli (che casualmente ho avuto modo di apprezzare avendo effettuato un percorso di studi analogo), non trovano il dovuto riscontro nel corretto utilizzo che di esse occorrerebbe fare; come dire che esiste un netto scollamento fra le iniziative delle università locali che formano figure atte a promuovere e arricchire le comunità locali e la non comprensione di quante risorse vi siano a disposizione per procedere a un serio lavoro di organizzazione e promozione delle risorse.

      Ricapitolando: luci e ombre, ottimi risultati raggiunti, ma ancora tanta strada da fare in termini di valorizzazione del territorio, difesa del paesaggio storico e rurale, promozione dei prodotti, organizzazione e formazione degli operatori economici, promozione di una forte coesione sociale nell’intento di creare un movimento economico e produttivo orientato al miglioramento dell’intero comprensorio; in tutto questo la guida dell’intero meccanismo è nelle sole mani dell’amministrazione comunale; una presa di coscienza in questa direzione è più che mai auspicabile.

      Per concludere: occorre preservare e valorizzare le vere risorse del territorio cellinese, ma non sarebbe avventato poter dire salentino; queste risorse sono l’agricoltura, il turismo che si può incrementare solo preservando il paesaggio; gli altri settori cresceranno di conseguenza solo se resteranno coerenti e in sintonia con quanto sopra citato.

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  1. Fra le tante cose che ci sarebbero da dire dimenticavo quella più importante: negli ultimi anni si è verificata una netta diminuzione del reddito dei coltivatori a beneficio di quello dei trasformatori, e questo è avvenuto sia nel settore vinicolo che in quello olivicolo.

    Famiglie di piccoli proprietari terrieri, che negli anni 60 – 80 del secolo scorso hanno fatto la fortuna propria e delle comunità di cui facevano parte, grazie al lavoro nei campi dei singoli componenti della famiglia, oggi non trovano più ragione di continuare su questo percorso causa l’assottigliarsi sempre più incisivo dei ricavi, quando ancora permangono.

    In questo senso ben vengano le grandi fortune dei produttori di vino, purché siano coscienti che il benessere dell’intera comunità si regge sulla corretta redistribuzione del reddito a tutti, in maniera coerente con le proprie capacità e con la quantità di impegno profuso dai singoli.

    Pensare di poter incrementare i bilanci a discapito di altre categorie economiche è un modello di sviluppo destinato a fallire.

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