Opinioni, Scrittori salentini

Uomini da prima pagina

Sofia Loren - 'La ciociara' - 1960
Sofia Loren – ‘La ciociara’ – 1960

Protagonisti. Dell’attualità e della cronaca. Uomini dalla mano facile e dalla coscienza annientata. Uomini al di fuori di ogni sospetto e senza precedenti. Uomini galanti di finzione e profondi di volgarità. Uomini di pregiudizio e di meschinità. Uomini di nome ma non di fatto. Ci guardano con meraviglia, incredulità, distacco, sarcasmo, cattiveria, invidia, disgusto, con paura e rabbia. Sentimenti che si intersecano e si gonfiano fino a sfociare nella violenza più feroce. Ci picchiano, ci violentano, ci ammazzano, ci danno fuoco per sentirsi, ancora, ‘uomini’.

Per dirci, ancora, chi è che comanda, chi ha il potere. Obbediscono ad un istinto indegno. L’istinto di sentirsi migliori. Dalla famiglia al posto di lavoro la donna ha percorso molta strada, privando l’essere ‘uomo’ delle sue prerogative e privilegi. Tutto questo rode ed anche tanto. E, in un mondo in cui l’evoluzione irrompe persino nelle culture da ‘vecchi comandamenti’, gli uomini tornano, invece, alla preistoria degli usi e costumi, custodendo, tra le mani, la forza bruta. Continuando a guardarci come ‘quelle’ che si fanno strada grazie ad un rossetto acceso, ad un tacco svettante o una calza velata, un vestito sensuale o una notte di risarcimento. Perché se una donna si afferma è il suo corpo che paga il conto, in un modo o nell’altro: così si pensa. Il suo corpo pagherà il prezzo della vittoria, un corpo ancora in soggezione, per forza fisica, a quello maschile. Il nostro ‘tallone debole’, l’unico punto che fa, ancora oggi, la nostra ‘differenza’.

Un uomo ha bisogno di sentirsi superiore, ed il ‘possesso’ fisico è l’unica esclusiva che gli resta. Lo esalta, lo rende bestiale. Peggiora, se agisce in gruppo: una mandria di bufali in calore su un corpo indifeso e scalciante, martoriato e strozzato da muscoli in cerca di uno sfogo che restituisca ‘valore’. A turno, fino allo stremo. Mentre un solo pensiero, tra quei capelli arruffati, impigliati in dita indegne, sporchi di fango e maschilità indecente, asciuga l’angoscia di un pianto asfissiato da sangue e terrore, da lividi e ferite eterni: uscirne viva. Ma una donna è anche madre: un figlio è il suo germoglio e lei la sua creatrice. Un pugno, un coltello, una pistola o un bicchiere avvelenato: così, l’uomo ne rende sterile il domani. E torna ad essere il più forte. Ancora. Di nuovo in prima pagina. Un eroe. Finalmente. Un paladino di se stesso che non resta all’ombra di una compagna o di una moglie capace di difendersi dal suo amore decomposto, urlato a sette voci ma ammalato di fanatismo, di mostruosità e follia.

Un uomo non può perdere la sua donna, la proprietà dell’oggetto dei suoi capricci, delle sue intemperanze, dei suoi momenti da ‘perdonare’. Quella donna è compagna, amante e madre: deve essere dolce, complice e remissiva. Decidere di smettere quell’amore spetta solo a lui che l’ha corteggiata, conquistata, sposata, resa madre. Le ha regalato un posto d’onore, accanto a sé. Ed ora è per sempre. Deve esserlo. O sarà peggio per lei: la punirà, anche con la morte. Meritata. Sì. La strage di donne, degli ultimi tempi, vuol dire questo.

Vuol dire che il mondo è cambiato solo in superficie ma la svolta, in molti di noi, deve ancora avere inizio. Vuol dire che dietro il coraggio di ogni donna c’è un uomo incapace di trovare un posto al suo fianco, incapace di dividere il mondo con lei. Insufficiente alla condivisione. Incompetente di rispetto. Impreparato alla crescita. Significa che la mano di un uomo diventa il solo referente delle sue qualità. La sola forza con cui può, ancora, vincerci. Fuori da ogni letto di bende a botte prese, però, noi impariamo, come sempre. A difenderci. Con il volto coperto da un burqa o in minigonna: la nostra forza non è apparenza, non parla a calci e pugni, non si veste di ipocrisia. La nostra forza non è retorica, ma un sottilissimo filo che unisce le trincee della nostra storia, dei nostri, faticosissimi, trionfi. Invisibile ma tenace. Elastico, capace di accoglienza e di memoria. Infinito di vita e di futuro. Oggi, però, siamo stanche.

Di perdonare, di coprire il sangue con le bugie della paura, di ‘cadere dalle scale’ noi, attrici distratte e spaventate. Oggi, insofferenti a dimenticare e ad essere dimenticate, sfinite di pazienza e di speranze inutili, spalanchiamo le finestre sulle nostre intimità, il nostro pudore e la nostra vergogna fin troppo protetti da occhi inadeguati. Facciamo luce sulle colpe innocenti di una ‘femminilità provocante’, alibi osceno per coscienze sporche e sentenze salvavita di una giustizia assurda. Oggi, e finalmente, tagliamo i recinti al silenzio psicologico di ricatti morali, di protezione materna verso figli inconsapevoli e di una società impreparata e vigliacca. Non ci bastano più le piazze dipinte di scarpette rosse, i centri di accoglienza a discrezione massima; non ci bastano più i chilometri di scandali con cui tappezzare i quotidiani, né le chiese da consigli ‘salva famiglia’ e le caserme dalle pratiche mai avviate.

Vogliamo la verità. A costo di qualsiasi costo. In ogni parte del mondo stiamo imparando a raccontarla, spogliandoci da umiliazioni e sconfinando da un isolamento ereditato da generazioni. Vogliamo dirla, la verità. Madre del rispetto verso noi stesse, innanzitutto: una verità dilaniante, difficile ma urgente, che fa alzare la testa, la voce e che ci aiuta a riprendere fiato. Passo dopo passo. Perché le cicatrici non mentono, mai. E, guardarci allo specchio ce lo ricorda. Ogni giorno.

 

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