Racconti, Scrittori salentini

Quello che ci serve

di Lorenzo De Donno

Foto di Lorenzo De Donno

Giornali sui letti, cruciverba interrotti, inserti di cucina. Dovremmo imparare a tenerci fuori dalle diatribe indotte, quelle che, a pensarci bene, non è che ci interessino direttamente. In fin dei conti, a noi “sponzatori” di frise, ce ne frega davvero dell’annosa polemica fra guanciale e pancetta nell’amatriciana? E la giusta mantecatura della “cacio & pepe” è veramente un nostro problema? E l’uovo nella carbonara? Quando, come e quanto?
La frisa è differente e ha pochi ingredienti: pomodoro, olio e sale. La rucola delle Orte di Otranto, quella sì che farebbe la differenza. Piccola e croccante, tanto aromatica e piccante perché cresce con l’umidità della brezza di mare, alimenta la leggenda di inevitabili effetti afrodisiaci, tanto che “se la fimmana la ssaggia…nu te dice mai no!”.

Da uno dei piani alti dell’Ospedale si vede davvero, volgendo lo sguardo a levante, un vasto orizzonte a 180 gradi, con la campagna che degrada verso Muro Leccese e Sanarica. E’ un piccolo svago per chi in quel luogo ci debba stare, qualunque sia il motivo che lo trattenga. Non è un panorama vario, anzi è piuttosto monotono, ma la visuale è così tanto grande che non ci si rassegna all’apparente monocromia da entroterra salentino e si finisce a cercare i particolari come in un dipinto fiammingo, dove non c’e nulla di tanto evidente che ti possa colpire ma ogni singolo particolare ti può stupire.

Ci si concentra su scampoli di prato già fiorito, sui cubi bianchi delle case immerse nei giardini e nei campi, si segue un contadino impegnato a ripulire un muretto dai rovi e un falchetto che indugia a mezz’aria, in attesa di piombare su una piccola preda. Ma, se si ha l’occhio allenato, anche da qui si scorgono le sagome brune dei monti albanesi, ed ecco che la prospettiva si allarga ulteriormente.

Sul lato destro, sporgendosi un poco, si vede l’antico monastero dei Frati Cappuccini, edificato su un poggio. Sotto le sue fondamenta il declivio si distende con orti di terra arata, rossa e grassa, e poi con uliveti a perdita d’occhio, interrotti solo dal filare dei cipressi e dal portale austero e monumentale del cimitero del paese.
A sinistra c’è la parte nuova dell’abitato, quella che si allunga verso la via vecchia per Maglie (per noi magliesi è “a via vecchia de Scurranu”).
Quello che si vede, verso nord, sono i lastrici solari delle case e delle palazzine, addossate le une alle altre, e i panni stesi ad asciugare. Con la giornata di sole le massaie hanno fatto il bucato grosso. Qualcuna di esse ha steso una settimana e più di mutande. Mi scappa sempre il buonumore vedendo le mutande stese al sole. Non è corretto beffarsi del volume dei sederi della gente, quanto meno in pubblico, ma su un paio di mutandoni stesi, per quanto sia strettanente attinente a uno specifico fondoschiena, si può anche sorridere, spersonalizzandone la comicità. E non avrebbe senso sbirciare perizomi e minislip, perché ne sono piene le vetrine e le foto sui giornali, sarebbe eccitamento di bassa lega e passatempo da feticisti. La mutanda ansiolitica è invece quella che, di norma, non viene esposta, che è tanto grande da sventolare come una bandiera, nuova o “mputtanuta” che sia, spesso con l’elastico strapazzato dai lavaggi frequenti. A volte ha un colore violaceo o rosato, determinato da un capo colorato capitato accidentalmente in lavatrice. Uno sventolio di mutande al vento non può non mettere un sottile e infantile buonumore.

Sono attimi di distrazione, la realtà dell’ospedale si riappropria presto di ogni attenzione, di ogni frammento di ambita e preziosa quotidianità, con i suoi rumori metallici e i suoi odori, le voci alte e scandite, e spesso perentorie, che impattano con la fragilità dei malati, le speranze e le disillusioni della gente, e dove lo scorrere del tempo non è mai quello giusto e uguale per tutti.

06/04/2019

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