Cultura salentina, Recensioni

L’Armata delle Cipree: Anna Francesca Cascione per ArgoMenti Edizioni

di Lorenzo De Donno

copertina

Come sempre scrivo il mio parere immediatamente dopo aver finito di leggere il libro e senza aver cercato le recensioni ufficiali sui siti specializzati, cosa che farò dopo. E, come ho deciso di fare quando esprimo un giudizio, non amo entrare nei dettagli della trama, la cui scoperta lascio al piacere del lettore.

Va dato atto alla Cascione che quest’opera prima è, innanzi tutto, sincera. E’ scritta con spontaneità ed è ricca di riflessioni profonde. Non si è ricorso ad alcun accessorio narrativo per aggiungere interesse, per esempio una trainante storia d’amore e l’immancabile scena di sesso, più o meno soft, ormai presente in ogni romanzo, né per allungare il testo.
La parte narrativa, a mio avviso, è stata un po’ limitata a favore di quella analitica e introspettiva. Se lo si considera un romanzo classico, infatti, si potrebbe rimanere delusi. Sebbene la lettura sia invitante e le pagine scorrano veloci, all’inizio ci si scopre alla ricerca del “nerbo della storia”, quella parte sostanziale del racconto intorno alla quale vorremmo aggregare i vari episodi che si vanno dipanando e che sembrerebbero fine a sé stessi, accomunati solo da una latente sofferenza. In questa parte del libro la sua sostanza rimane ancora evanescente e si materializza, in modo più efficace, con lo scorrere delle pagine.
Data la struttura narrativa scelta, allora, è meglio leggerlo come se fosse un diario, la cronaca di un segmento di vita della giovane Diamante, quello che segna una svolta che la affranca dal peso di un’infanzia e un’adolescenza privata dell’amore genitoriale, di delusioni familiari così forti da mettere in discussione anche i più bei ricordi del passato, di parenti assenti e avari di denari e di sentimenti, che diventano addirittura astiosi e crudeli, tanto da ricordare i cattivi di Dikens, proprio quando dovrebbero tendere una mano alla protagonista.
Il nerbo della storia, pertanto, è proprio il cammino che affronta la protagonista per arginare la negatività nella quale si trova immersa, un percorso che lei fa grazie all’appoggio di buoni amici fidati, che vengono ampiamente ricambiati con la stessa dedizione e sacrificio, e di una nonna che ha combattuto con lei, finché ha potuto, e si è fatta carico di tutto il sostegno che altre persone della famiglia avrebbero dovuto darle .
Il “cammino” non è solo il processo mentale metaforico ma diventa importante anche in senso letterale. Diamante, appassionata di sport, trova, infatti, nella corsa uno strumento per acquisire consapevolezza di sé stessa, un potente motore che la aiuterà a collocare al loro posto le tessere del mosaico della sua vita familiare. Il processo sarà lungo e difficile perché sarà lei a stabilirne il corretto ordine, in quanto nulla sembra essere mai stato al posto giusto, a partire dalla sua infanzia e fino alla sua presa di coscienza. Questo processo di autoanalisi le farà fare le scelte giuste, esaltanti per la sua affermazione personale e professionale ma anche estremamente difficili, e definitive, in ambito familiare.
La parte che l’autrice dedica alle competizioni della protagonista è ampia e dettagliata, in proporzione alla lunghezza complessiva del testo. La sua passione è tangibile e, anche questa volta, sincera. In questa parte del libro la scrittura è sicuramente ricca di spunti autobiografici e mi azzarderei a definirla anche un po’ autocelebrativa. È la rivincita della parte narrativa, che sembra riappropriarsi del testo per arrivare a un bel finale lirico che, ovviamente, non svelerò.
La mia ricerca di Salento, nel testo, non trova molto materiale, ma solo alcuni flash a inizio e fine romanzo. Devo riconoscere, però, che l’autrice mi sembra che non abbia voluto connotare particolarmente la sua opera e la psicologia dei personaggi con un territorio specifico. I fatti potrebbero avvenire, infatti, in un ampio “meridione mediterraneo” senza presentare alcuna differenza.
Da persona che ama correre, capisco perfettamente lo spirito del libro, lo capisco fino in fondo e ne apprezzo anche il suo fine morale e “didattico”, con l’indiretta promozione della disciplina sportiva come autoterapia. Un’ opera, ribadisco, che si fa apprezzare per la sua autenticità e per il rispetto riservato al lettore, che sarebbe bello ritrovare, nella sua parte essenziale, nella futura produzione della Cascione. In fondo al libro si capirà che tutto è girato e si risolve, in fondo, intorno un paio di scarpette, indossate una prima volta, quasi per caso.
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