Cronaca locale, Personaggi, Scrivere il Salento

Della Stella

di Umberto Marsella

Ora è tutto finito da tempo ma, forse, non  completamente metabolizzato!  Ancora rimbalzano nella mia mente i toni mesti e avvilenti che accompagnavano le scarne conversazioni rubate  dietro gli scaffali e gli sguardi contriti in fila alla cassa, come se fosse, per assurdo, una processione del disappunto. Quell’ambiente che aveva sempre inclinato la nostra quotidianità verso il buonumore, la gentilezza autentica e la leggerezza, si faceva grigio e silente e così, nella crudezza di questa realtà, Della Stella o meglio Chiarastella chiudeva, dopo ottant’anni. Mese più, mese meno. Prima forno, poi mini market, infine supermercato. Con un bisogno irrinunciabile di andare avanti anche quando dai vetri del negozio vedevamo scorrere le immagini di una “metafisica” trasformazione della verdeggiante e luminosa Piazza delle Erbe (leggi chiazza cuperta) in suppinna  impervia e  …odorosa.

Intanto quello spazio antico e popolare si impoveriva malinconicamente di frequentatori, clienti reali o potenziali, comunque migranti. Fine dell’osmosi.

Certo, poteva accadere, d’altronde, restando in botanica, non erano già finite alle ortiche quelle botteghe animate dal genio sopraffino di fabbri ed ebanisti, sarti e ricamatrici ecc.? Mesci e mescie di arti e mestieri capaci di dare forme da capogiro all’incancellabile bellezza dei loro fortunati pensieri creativi.

Maurizio Della Stella restava l’ultimo rappresentante (anche se in forma  evoluta) di quelle rivendite di generi vari, perlopiù alimentari. Storiche realtà identificative dei nostri rioni, delle nostre “zone” di appartenenza: vere e proprie dimore che abbiamo perso per strada. Le stesse vie che percorrevamo in mille modi: a piedi, in pantaloncini corti, in motorino, in moto, quasi mai in auto.

Ci accostavamo con timidezza a questi luoghi con la curiosità della scoperta anche se solo più tardi avremmo avuto titolo ad entrare; piccoli esercizi a carattere familiare-individuale che costellavano tutto lo spazio urbano, azzeravano la mobilità e facilitavano la spesa dei paesani anche grazie alla modalità “pantofole e libretta” e, perché no, pigiama e soprabito.

Ogni rivendita aveva una sua impronta olfattiva che identificava prodotti e persone; aspetti questi dove non sarebbe delicato indugiare ma figuratevi quanti aneddoti, storielle e scenette reali o presunte si sarebbero intrecciate tra clienti e avventori, lasciando in memoria quei particolari personaggi scostanti e lontani dalle simpatie di chiunque!

Il padre di Maurizio era un uomo inverosimilmente laborioso, in perfetto equilibrio tra energia e ponderatezza -sospinto da un inesauribile dinamismo corporeo- diventava un vero interprete del motto latino “festina lente”, semmai in versione paesana “piano ma sempre” . Un maratoneta  del lavoro che con i suoi cento buongiorno, buonasera, arrivederci, mille grazie  e un rispettosissimo e ormai desueto “Signurìa” ti accoglieva e ti accompagnava fino all’uscita: una specie di ecolalia, quasi una cantilena che “musicava” ogni angolo del negozio e restava sospesa nell’aria danzando nella nostra memoria. Ecco: essere presenti. Esserci. Farsi sentire anche nell’assenza.

E cosi Maurizio aveva sentito il dovere di sostituire papà e zio nella conduzione dell’azienda. Una spinta quasi devozionale alla quale non aveva voluto o potuto sottrarsi; d’altronde era inevitabile: in quel luogo l’avevamo visto in tutte l’età della sua vita: prima bambino, poi adolescente, infine adulto. Con rispetto filiale e una mistica del lavoro aveva continuato a regalarci qualità, serietà e gradevolezza. In mezzo, però, un pesante fardello di responsabilità e la rinuncia totale ad una passeggiata a zonzo o ad una giornata non dico di ferie ma, almeno, di…”innocente evasione” .

Non era solo. Altre biografie intrecciavano la saga di Chiarastella. Esse avevano i volti di Nunzia, di Anita, di Mariagrazia, di Federica, della compianta Rosanna, di Carmelo, Roberto e Antonio. Qualcuno in qualche modo presente fin da quando indossava il grembiulino della scuola elementare ma tutti cresciuti con una postura interiore che ti prendeva subito il cuore! Mai una parola fuori misura, una screpolatura della voce, un gesto di risentimento o una smorfia traditrice di stizza. Solo dolcezza, garbo, riservatezza, humor, competenza, intelligenza e leggerezza.

Vabbeh. Lo so. E’ già successo e succederà. Ma la storia è unica anche quando si ripete uguale a se stessa. Non so se gli strappi si ricuciono in ore o in giorni. Ad ognuno, però, il diritto alla sofferenza emotiva e alla nostalgia, all’elogio della gentilezza come alla critica della “grande bruttezza!”.

Il nostro amico Renato Palanga, comunque, ora avrebbe detto: “com’è triste Venezia!”

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