Cultura salentina, Recensioni

Davide De Giuseppe: Pensieri d’un ventenne

di Roberto Muci e Rocco Aldo Corina

Ad una prima lettura sembrerebbe che il nostro Autore sia in sintonia con quell’«Ospite inquietante…» del quale ha scritto Umberto Galimberti nel non lontano 2007 (ed. Feltrinelli), interpretando la condizione giovanile con la categoria del nichilismo. Quest’ultimo sarebbe quello che Nietzsche chiama «il più inquietante fra tutti gli ospiti» in quanto nega ogni valore.Tanto Galimberti quanto Nietzsche sostengono che ciò è dovuto al fatto che siamo nel mondo della tecnica che non ha uno scopo, non è produttrice di senso e non svela alcuna verità. Essa si accredita nella nostra civiltà perché fa una cosa sola: funziona. Sembra esserci un “assorbimento” acritico nella mente di ognuno, un’alienazione al tecnologico “non pensato”, ma agito in ogni dimensione della vita. Ma anche Martin Heidegger aveva riflettuto con altrettanta incisività in Umanesimo e scienza nell’era atomica (ed. italiana La Scuola 1984), così anche Jacques Ellul in La Tecnica. Rischio del secolo (Giuffrè 1969).Vengono così ad essere messi in dubbio concetti-chiave della civiltà occidentale quali quelli di persona, identità, senso, libertà, natura, etica, religione, storia, così come conosciuti e vissuti nell’età pretecnologica. Purtroppo tutto ciò denota una sostanziale assenza di futuro della quale sono vittima i giovani. E il nostro Autore lo ha ben evidenziato nei suoi Pensieri di un ventenne: «Ho vent’anni e me ne sento ottanta. Non c’è nulla che mi sorprenda, sono apatico a ogni cosa. Sento fortemente la solitudine della condizione umana; mi guardo intorno e non trovo alcun senso né un obiettivo che possa essere permanente. Ho paura del futuro, temo che fallirò. L’ostentazione e l’invidia regnano, vedo masse alienate che si uniformizzano. Credo che sarebbe meglio essere stupido e poter vivere felice e inconsapevole di tutto questo nulla… Cerco compagnia e comprensione, ma quando sono con gli altri trovo solitudine e incomprensione. “Io sono solo, e loro invece sono tutti” e sprofondo nei miei pensieri» (p. 87, ed. Aletheia, Verona 2021). E ancora «Devo stare attento a ciò che scrivo;… perché non mi comprenderanno e mi consiglieranno sedute. Allora risolvete semplicemente le urla che implorano aiuto e comprensione nei versi. E va tutto bene, sempre tutto bene» (p. 91).Possiamo tranquillizzare tuttavia il lettore perché si tratta di un “diciannovenne” (ora appena ventenne) che non fa uso di alcol, di droga e di fumo e che non trova “soddisfazione” nel baccano delle discoteche. È un ragazzo normale. E a proposito di sedute, lo psichiatra Allen Frances è confortante nei riguardi di molti giovani (e non giovani), come il nostro Davide, quando pubblica un suo recentissimo studio intitolandolo Primo, non curare chi è normale (Bollati Boringhieri 2018), che è la ribellione di uno psichiatra contro l’eccesso di diagnosi, il DSM-5, Big Pharma e la medicalizzazione della normalità. Alla “persona normale” basta la consulenza filosofica e la considerazione dello status antropologico esistenziale come primo tentativo di “aiutarsi conoscendo se stessi”. L’ulteriore passo semmai è il vero riconoscimento di uno status che necessita di cure psichiche e quant’altro di dignitosamente e onestamente diagnosticato. È molto sconvolgente anche notare nel nostro Autore una certa c.d. “eclissi del sacro o della religione” (pp. 25,44-45,96,104), ma anche una volontà o forza di “ripresa” quando scrive: «L’uomo ha bisogno di individuare un inizio, un tempo o qualcosa da cui tutto abbia avuto origine, poco importa se lo si chiama Dio o archè. Serve un inizio, che non abbia avuto origine a sua volta. L’uomo ha bisogno di individuare un primo motore immobile, qualcosa di eterno; oppure si considera una creatura illegittima, un bastardo, il figlio di nessuno» (p. 134). Davide si cruccia del fatto di non riuscire “a concepire l’immensità dell’Universo”. Diciamo che gli astrofisici vivono lo stesso “tormento” nelle loro ricerche scientifiche, basterebbe leggere, a tal proposito, opere almeno divulgative come quelle di Juan Antonio Aguilera Mochón L’origine della vita sulla Terra (RBA, Milano 2016) o di Miguel Angel Sànchez Quintanilla La fine dell’Universo (RBA, Milano 2016) o di J.D. Barrow Il libro degli Universi (Mondadori, Milano 2013) per rendersi conto di come a quanti interrogativi (forse di sempre) non si possa ancora rispondere da parte delle scienze che se ne occupano, nonostante le meravigliose tecnologie oggi disponibili per tali esplorazioni. Tuttavia il nostro Davide anela a: «… Essere uniti, superare gli impedimenti fisici e mentali: amarsi tutti, sempre. Ci si unirebbe tutti, in una totale armonia, in un paradiso di emozioni buone. Rinuncerei al mio io triste, alla mia individualità che si caratterizza soprattutto tramite il conflitto con gli altri, per divenire Uno solo felice, con tutti?». Certo, caro Davide, siamo qui anche per Te e Ti diciamo GRAZIE DI ESISTERE perché, al di là dell’«eclissi del sacro», questa è la volontà e l’insegnamento (non autoritario) del Gesù da noi creduto il Cristo e il cui messaggio è ben sintetizzato in 1Gv 4,8-16 dove non troverai un “vuoto” ma la pienezza e il senso di tutto e di tutti. Forse la catechesi non ha poi tanto “fallito” quando te l’hanno proposta nella tua fanciullezza. Dobbiamo invece tenere conto di certo fallimento che ci hai indicato nella tua frequenza della Scuola Media: «Avere qualcuno che creda in te è la cosa migliore che ti possa accadere. Fin da piccolo sono stato considerato mediocre, i professori delle medie mi sconsigliavano il liceo, perché sarebbe stato troppo duro per me. Bastardi che credono di farti del bene, ti impongono barriere e ti demotivano, ti strappano le ali e ti invitano a essere mediocre, perché per loro tanto vali…; ma al liceo è cambiato tutto… Ho trovato un amico che per primo ha creduto in me… Ti sarò sempre grato, Lore…, ho ripreso a sognare e a sentirmi padrone della mia vita…» (p. 16).Ovviamente non possiamo “criminalizzare” tutta la Scuola Media alla quale spesso lavorano docenti di eccellenza. Talvolta, è vero, sfugge a qualcuno il principio “euntes docete omnes gentes” (che sollecita a essere pedagoghi nel senso etimologico del termine), oppure un altro principio “maxima debetur puero reverentia”, cioè “al fanciullo si deve il massimo rispetto” (Giovenale, Satire, XIV, 47), con tutte le varianti ermeneutiche che si possono esplicitare. Intanto, grazie anche per averci ricordato che docendo discimus (insegnando, si impara) o Homines dum docent discunt forse derivato da Seneca il Giovane (4 a.C. – 65 d.C.) nelle sue Lettere a Lucilio (Libro I, lettera 7). Con la tua semplice fionda hai saputo “fermare” Golia. Forse il tutto è dovuto anche alla velocità o alla fretta o alla frenesia del “fare” sottraendo tempo prezioso al pensare, anche perché, diceva Hegel a tal proposito, c’è “la fatica di pensare”. Hai “pensato” bene Tu, caro Davide, occorre stare “insieme” (p. 10), essere “noi” e riappropriarci dei luoghi (come agorà) fisici per incontri fisici come gli spazi che ci riprenderemo di scuole e università, sperando che non tutto sia come prima, considerando le gravi lacune strutturali ed esistenziali che il Covid-19 ci ha fatto scoprire. Allora “non tecnicizziamo l’uomo ma umanizziamo la tecnica” così come ci invitano a fare Joseph Tham e Massimo Losito (a cura di, Libreria editrice Vaticana, 2010) anche pensando a un’analisi filosofica della tecnica che prende avvio dal mito greco di Prometeo che analizzerai ancor meglio, ora che hai intrapreso gli studi delle Lettere Classiche presso l’Università del Salento. Ti auguriamo di comprendere che fede, ragione e scienza sono tutte alla ricerca migliore al fine di aiutare la fragile e limitata condizione umana e che tentano di rispondere, quando agiscono per il Vero Bene, alle domande di sempre. «Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che, da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza», come scrive Giovanni Paolo II (Enciclica Fides et Ratio, 1998, Introduzione).Ma ora veniamo al tuo altro pensare non solo in poesia.L’opera di Davide è immensa, è filosofia e poesia insieme, anche prosa a tutti gli effetti, narrativa insomma a mo’ di romanzo. Ma l’originalità consiste nel fatto che la si può leggere come sola poesia, sola filosofia, come solo romanzo al di là dei caratteri poetici e filosofi che nel suo ambito esprime quale prodotto di autentica creatività interiore. La si può leggere – e insistiamo su questo – anche come fatta di linguaggio contemporaneamente poetico e insieme filosofico in una logica espositiva che pur nella prosa trova conforto, insomma come opera unica nel suo genere, se vogliamo anche per la completezza delle immagini che solo un linguaggio figurato di alto livello può dare. Abbiamo perciò a che fare con un romanzo, un’opera poetica, un testo filosofico, un’Opera completa nel campo delle lettere e se vogliamo anche delle arti. Opera da studiare, contemplare, sulla quale meditare, esprimere consensi e anche dissensi, ma in maniera – speriamo – costruttiva per trovare in essa una guida – arriviamo anche a dir questo – per i giorni che ancora ci attendono. Ed è un ragazzo ventenne che ci fa capire cos’è la vita in una poesia originale, in una originale filosofia, in una prosa anch’essa originale nei suoi elementi formativi ed è per noi cosa grande. «Ma se la fine di una vita coincide – come dice Feuerbach – con la fine delle condizioni necessarie ad essa, anche l’inizio, il sorgere della vita coincide con il sorgere delle sue condizioni. Se dunque, in forza della propria natura, la terra si è sviluppata e coltivata nel corso del tempo in modo da assumere un carattere compatibile con l’esistenza dell’uomo, adeguato alla natura dell’uomo, un carattere, per così dire, addirittura umano, essa ha potuto anche produrre l’uomo per propria forza». Basterà a Davide tale affermazione di Feuerbach per accogliere la nascita dell’uomo come condizione necessaria per la vita, la forza, il vigore della stessa natura? Crediamo di no perché il suo ragionamento è complesso se pur chiaro al tempo stesso. Ma il discorso del filosofo non si esaurisce in queste semplici se pur formidabili battute. Perché «tutto ciò che è – dice – lo posso pensare come non esistente» addirittura. E «tutto ciò che non è, come reale». «Ciò che è rappresentato come reale è ciò che è possibile» – dice ancora. «Ma Dio è l’essere per il quale nulla è impossibile, la cui forza è in grado di creare innumerevoli mondi, il compendio di tutte le possibilità, di tutto ciò che è rappresentabile, cioè Egli non è altro che l’Essere pensato o rappresentato dalla facoltà umana di immaginare, pensare e rappresentare, realizzato, oggettivato come essere reale, e anzi come l’Essere più reale di tutti o assoluto». Si può insomma pensare a qualcosa che non è? Per noi no, non sappiamo per Davide. Ma leggiamo i suoi versi, questi: «Non riesco a concepirti eterno,/né in grado di creare l’Universo/ tuttavia, non riesco a concepire/ l’immensità dell’Universo;/ non capisco se abbia un’origine o dei confini;/ non riesco a immaginare/ cosa ci possa essere dopo,/ se ha dei confini;/ non riesco a concepire uno spazio infinito,/ se invece non ce li ha;/ non capisco se l’Universo ci sia sempre stato,/ o se abbia cominciato a esistere/ in un dato momento». «Non riuscirei a concepirlo come ingenerato». È la domanda che tutti ci poniamo, e che anche Davide rivolge a Dio, ma se lo spirito esiste e il nostro pensiero – che materia non è – ci dice che spirito è anima e pensiero insieme, come facciamo a dire che non è? Esiste il male perché esiste lo spirito del male, altrimenti il male non sarebbe; esiste il bene perché esiste lo spirito del bene, altrimenti il bene non sarebbe. È impossibile chiederci chi ha creato lo Spirito, perché nessuno l’ha creato. E allora?Osserviamo la luce, dice il poeta, e «splendida a noi sia festa la temperata notte» poiché «tra gli altri doni Amore le diè di svegliare la gioia» che è la vita. Nell’alba pone «la luce le sue grandi vele/ e trova stanza in cuore la speranza./ Ma ora lungi è il mattino,/ sfugge il chiarore e s’aduna/ sovra eminenze e frondi», dice il Montale dando ragione al tuo essere infinito. E sei tu, Davide, a farcelo capire quando parli dell’adolescenza e fai poesia come filosofia. «L’adolescenza – dici – è quel periodo/ in cui ci si guarda intorno,/ in cui si cerca di cogliere la realtà», ciò che è infinito insomma, «per porsi in conflitto con essa». «Tutto è oscurità», «ci sono bagliori sparsi» «e le stelle abbagliano me», dici, «che non sono niente». T’accorgi «che l’orizzonte si perde» «e sfuma nell’indeterminato» che definisci «infinito», ed è vero. «Tutte le piogge che cadono si ripetono/ sul suolo sull’albero sul mare [la realtà di cui dici],/ sulla mia mano il mio viso i miei occhi/ e le gocce si schiacciano sul vetro». Importante quel che leggiamo in pagine che alludono al vero: «Ho sparso chicchi di segale lungo il cammino. Troveremo la strada per tornare indietro». Ma se spargo «granelli di sale», indietro non torno. «Si sciolsero perché si era abbattuto un nubifragio», è scritto. Ma in Davide c’è qualcosa che purtroppo lo assilla, lo rovina quando non vede «un senso da nessuna parte». «Mi contraddico», dice, «e sembro pazzo», «invece sono stupido» «perché non capisco niente», ma per lo scempio che è nel mondo. Possiamo perciò «impadronirci della virtù in maniera da trasformarla in vizio se l’abbracciamo con desiderio acuto e violento. Coloro che sostengono che non c’è mai eccesso nella virtù – poiché non è più virtù se vi è eccesso – in effetti giocano con le parole», dice Montaigne. «Se nessuno tiene i fili dell’esistenza» «essi s’intrecciano», dice Davide. Parliamo così perché l’opera di Davide è a tutti gli effetti filosofia dell’esistenza. È certo infatti che brilla come un fiore sotto questo cielo fatto di luna. La poesia un dì ci catturò la vista, ci indusse in una vita da riscoprire nel mistero dei giorni che vanno, purtroppo vanno nella solitudine dell’anima. Siam però convinti che il piccolo essere può addirittura cambiare il mondo. Vai avanti Davide sulla via dell’umiltà, non ti fermare. Sì, «c’era qualcuno, non c’era nessuno, all’infuori di Dio non c’era nessuno» .«Essere eterno», tu dici, «voglio credere che tu esista», «in questo modo non sarei in grado di spiegarmi/ solo la tua esistenza,/ ma a essa ricondurrei/ tutte le altre questioni/ che non capisco». Strano, ma questi pensieri ci riportano a Shelling che per essere chiari tratta di un panteismo che in Davide non c’è, derivato però dal pensiero idealistico di Leibniz (le cui idee innate producono a noi conoscenza per la riflessione dell’anima), e Spinoza anche che in Davide invece c’è se si ritiene che l’assoluta idea sia l’infinita essenza in cui si risolvono pensiero e materia come attuazione e determinazione del reale, molto caro al Nostro poeta filosofo. Vedi Davide, tu la osservi la realtà, la vuoi conoscere, quindi credi che ci sia, vuoi confrontarti per ricavarne certezze già insite in te, perché già la conosci se vuoi coglierla nel suo vero aspetto. La tua poesia induce a riflessione, perciò è anche filosofia, ma – lo ripetiamo – è anche racconto, narrativa se vuoi, anche quando dici che «ognuno vuol sentirsi unico e speciale». «Ogni adolescente – sostieni – si vede come l’eroe/ in perenne conflitto/ con una realtà/ che egli vuole/ non abbia nulla in comune con lui». Ma sai perché?, perché la realtà ama nascondersi, bisogna andare a cercarla e forse il conflitto sparirà. Sia ben chiaro, Davide, che non ti stiamo dando consigli, stiamo solo dialogando con te servendoci dei tuoi scritti speciali. Vedi come li definiamo? Speciali. «Uno spazio immenso, infinito è impensabile,/ come anche qualcosa di ingenerato», tu dici, ed è vero. Ma lo spazio di cui parli non è ingenerato, nulla è ingenerato negli ambiti in cui noi viviamo, niente può esistere senza una causa. Parliamo così perché qualcosa abbiamo visto con quest’occhi stanchi di vedere il male. Non ti diciamo altro, se vuoi credici.

IN ALTO MARE

Sono in alto mare,

in balia delle onde.

Ho visto molti fari, 

ma essi m’ingannano;

cerco la Stella Polare,

una guida sicura,

ma non la vedo;

cerco, ma non la trovo;

forse non c’è.

LODE ALLA GIOVINEZZA

Lode a te, Giovinezza, che mi fai sentire

fisicamente forte e mentalmente sveglio. 

Lode a te perché alcuni giorni mi sveglio

sentendomi un pozzo di energie senza fondo.

Lode a te perché vedo e sento bene,

perché ho tutti i denti e capelli

e la tipica bellezza che tu sola doni.

Lode a te perché provo emozioni e sensazioni,

perché amo, provo affetto e amicizia.

Lode a te perché mi illudi e rassicuri

che la vita sia lunga,

che io abbia molto tempo

e possa concludere qualcosa.

Lode a te perché mi fai sperare

di poter diventare migliore, perché mi dici

-Non fa niente se ora non va,

hai tempo per riprovarci -.

Cara Giovinezza, ho paura

poiché temo di sprecarti,

di girarmi e vedere che non ci sei.

Ho paura di rimanere solo,

senza di te.

Ho paura di ritrovarmi d’improvviso vecchio 

e realizzare di averti sprecata.

Ho paura che avrò rimpianti

e che a gran voce chiamerò te che sei sorda.

Ho paura che mi guarderò dietro e dirò

-avevo tempo di fare tutto

eppure, non ho fatto niente -.

E tu sarai con altri.

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